La moglie di Mattia Missiroli «risulta ben motivata a dichiarare il falso». Il movente? Economico. Ecco ribaltato il punto di vista nella carta difensiva giocata dal sindaco di Cervia. Le accuse di maltrattamenti che lo hanno portato a rassegnare le dimissioni sarebbero frutto di un possibile «tentativo di strumentalizzare il procedimento penale ai fini evidentemente economici sul versante civilistico», nel quadro di una separazione infuocata attualmente in corso.
Parole forti quelle contenute nella memoria con la quale l’avvocato Ermanno Cicognani si appresta ad affrontare l’appello davanti al tribunale della Libertà, fissato per lunedì. In ballo c’è infatti la richiesta del carcere per il primo cittadino dimissionario, indagato per presunte violenze fisiche e psicologiche protratte negli anni. A insistere sulla massima misura cautelare è la Procura di Ravenna con la richiesta depositata dal sostituto procuratore Angela Scorza dopo il diniego pronunciato il mese scorso dal giudice per le indagini preliminari di Ravenna, Janos Barlotti.
Il contrattacco dopo la denuncia
L’indagine nei confronti di Missiroli - 44 anni, da giugno 2024 alla guida dell’amministrazione cervese con il sostegno del Pd - ha preso il via nella notte tra il 4 e il 5 dicembre scorso, quando la moglie si è recata al pronto soccorso di Ravenna lamentando di essere stata spinta a terra dal marito finendo con il braccio contro lo stipite di una porta. Dalla notizia di reato partita d’ufficio come previsto dalla legge sul cosiddetto “Codice rosso”, la donna ha successivamente riferito di una pluralità di episodi a suo dire protratti in circa 20 anni di relazione, presentando anche video e foto per documentare le presunte aggressioni.
Proprio da quest’ultimo fatto si sviluppa il contrattacco di Missiroli. Quella notte, sentita dagli operatori della Questura informati dal personale medico, la moglie del sindaco avrebbe ritrattato per tre volte la propria versione. Avrebbe detto inizialmente di subire violenze fisiche o verbali “una volta ogni due/tre mesi dal 2009”, per poi descriverle come giornaliere. Infine - continua la memoria difensiva - sentita il 10 dicembre, avrebbe parlato di aggressioni “una o due volte alla settimana”.
Brioches dopo le dimissioni
Vengono pure citati gli orari della denuncia annotata, evidenziando come, in quattro ore le dichiarazioni si siano aggravate: registrata alle 23.50 come “caduta accidentale”, alle 2.07 sarebbe stato annotato: “...riferisce che il trauma è avvenuto a seguito di una colluttazione con il marito”, aggiungendo poi alle 2.45 “...non è il primo episodio di violenza domiciliare verso di lei...”, infine alle 2.59, “riferisce paura per i figli lasciati a casa”. Resta perplessa la difesa anche su quanto accaduto dopo le dimissioni (con 7 giorni di prognosi); la donna sarebbe andata ad acquistare brioches in un bar di Argenta prima di rincasare la mattina. A provarlo, l’incarto delle paste, depositato fra gli allegati inviati ai giudici bolognesi.
«Fatti ingigantiti»
Viene poi il raccontato un precedente scontro, messo a verbale sempre la notte dell’accesso al pronto soccorso; sarebbe stato rettificato cinque giorni dopo in Questura. Riguarda una lite per un bicchiere d’acqua non versato, in seguito alla quale, ha dichiarato la donna, “mi ha buttato a terra prendendomi a calci”. Descrizione poi mutata dicendo che i calci “non erano violenti, mi toccava con il piede”. Questo dimostrerebbe - rimarca ancora il documento della difesa - che la donna «è incline ad ingigantire i fatti narrati».
C’è poi il caso di uno ceffone, collocato nel 2012, in seguito al quale la moglie di Missiroli sarebbe andata al pronto soccorso accompagnata dal marito, lamentando problemi alla vista e riferendone la causa al medico. Ebbene, il referto non fa alcuna menzione circa «la causa dell’evento traumatico», prosegue la difesa.
E ancora, se secondo l’accusa l’installazione di un gps nell’auto della moglie sarebbe indice di un tentativo di controllo, per la difesa di Missiroli sarebbe stato usato come antifurto. Insomma, non proverebbe una condotta maltrattante.
Vengono contestate anche le foto fornite dalla donna agli inquirenti: due sono relative ai fatti del 4 dicembre, una la ritrae con un taglio al labbro e si riferisce all’ottobre 2020, quando intervennero pure i carabinieri. Si tratta - contesta la difesa del sindaco controllando i metadati di quei contenuti multimediali - di file creati poco dopo le dimissioni dall’ospedale, quindi potenzialmente manipolati. Allo stesso modo i video forniti, secondo la difesa, non dimostrerebbero alcuna aggressione. Le stesse dichiarazioni dei figli minori della coppia, sentiti dagli inquirenti in ambiente protetto, descriverebbero il padre come «un uomo remissivo e disposto a soccombere pur di non inasprire la conflittualità matrimoniale». Si parla piuttosto di «reciproche provocazioni» ed «episodi di violenza provenienti da entrambe le parti», senza quella «sistematicità» necessaria per prefigurare il reato di maltrattamenti.
Si arriva così alla conclusione e alla richiesta del carcere presentata dalla Procura, definita sproporzionata anche considerato che ancor prima di sapere di essere indagato Missiroli si è allontanato da casa facendo così cadere il pericolo di reiterazione.