Cervia. Soldi spariti dal conto. A processo l’ex vice direttore cesenate

Cervia

Aspetto distinto e un ruolo di quelli che trasmettono fiducia. Lo vedevano arrivare a casa o in negozio, pronto ad aggiornali sull’andamento degli investimenti e con moduli da firmare, con i quali, a suo dire, avrebbero reinvestito gli interessi maturati. Secondo l’accusa, invece, tra le mani dei due anziani clienti sarebbero passate le quietanze dei prelievi che l’allora vice reggente della banca effettuava dai loro conti per appropriarsene, passando dalle casse delle filiali di Cervia, Rimini e Gabicce Mare. L’ormai ex funzionario, 61enne di Cesena, deve ora rispondere di truffa aggravata dal danno patrimoniale di rilevante entità, per un raggiro quantificato a poco più di 49mila euro.

L’imputato - difeso dall’avvocato Marco Moretto del foro di Forlì-Cesena si è sottoposto ieri a esame davanti al giudice Cristiano Coiro, accettando di rispondere sia alle domande del sostituto procuratore Katia Ravaioli, sia a quelle della legale Silvia Brandolini, parte civile insieme al collega Roberto Fabbri per conto della Cassa di Risparmio di Ravenna. Fu infatti lo stesso istituto di credito ravennate a decidere di licenziare il dipendente quando le operazioni poco limpide effettuate tra il 2017 e il 2019 vennero alla luce. Lui stesso ha ammesso in aula di aver fatto «un’operazione sbagliata». «Sono crollato, non so se per stress o altro», ha spiegato imputando la colpa agli spostamenti che in quegli anni lo vedevano impegnato quale figura «molto considerata in banca» nelle sedi di Rimini e Ancona. Ha raccontato di un investimento sbagliato che avrebbe penalizzato i conti dei due coniugi: «C’era una perdita di 15mila euro. Anziché dirglielo feci firmare ad altri due clienti assegni circolari per un totale di 18mila euro dicendo loro che avrei comprato titoli esteri, mentre invece i soldi li avevo versati nei conti dei due coniugi per compensare le perdite. La banca se ne accorse e io ammisi». Da lì, il licenziamento.

Ma l’accusa riguarda quei 49mila euro: contanti - secondo il capo d’imputazione - intascati tramite prelievi che i due anziani sostengono di non aver mai disposto. Il 61enne invece ribatte: «Loro non andavano in banca, mi chiedevano se potevo portar loro dei soldi, glieli consegnavo a casa o al lavoro e mi facevo firmare la contabile». A suo dire, lo avrebbero denunciato inventando la storia dei prelievi non autorizzati poiché arrabbiati per la questione dell’investimento in perdita mascherato con il denaro altrui. Quanto invece alla distruzione di certi documenti in uno degli ultimi incontri a domicilio, l’ex bancario ha la risposta pronta: «Era solo pubblicità».

All’epoca bastò l’episodio delle perdite nascoste a costargli il posto: «Me ne sarei comunque andato a fine anno», puntualizza lui. Ma ora a chiedere conto di quanto accaduto in tribunale non sono solo la procura e gli ex clienti, ma la banca stessa.

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