«Un profilo macroscopico di colpa». Non usa mezze misure il sostituto procuratore Angela Scorza nell’attribuire la responsabilità alla cooperativa ravennate Deltambiente per la morte di Pierantonio Ferraresi, operaio 44enne di Comacchio che morì il 18 febbraio 2022 mentre stava effettuando il lavoro di potatura degli alberi in via Cupa nell’ambito di un appalto con il comune di Cervia per la manutenzione del verde. Per l’incidente mortale l’allora presidente della ditta, 71enne di Bagnacavallo, ha a suo tempo patteggiato per omicidio colposo un anno e dieci mesi con pena sospesa. Ma nel corso del processo a suo carico, l’accusa - che contestava la colpa generica e specifica dovuta all’aver messo a disposizione del lavoratore un mezzo che versava in uno stato di usura non conforme - aveva fatto emergere anche un profilo di «colpa organizzativa», cioè attribuibile all’ente per il quale la vittima lavorava. Ecco perché dopo il rinvio a giudizio di Deltambiente, ieri il processo davanti al giudice monocratico Antonella Guidomei si è concluso con la richiesta di condanna nei confronti della società, con una sanzione amministrativa di 150mila euro.
Ferraresi precipitò a terra in seguito alla rottura della bretella di sostegno del cestello della piattaforma aerea sulla quale stava lavorando. La caduta da un’altezza di 8-10 metri non gli lasciò scampo. Le successive indagini avevano fatto emergere che l’operaio stesso, nei giorni precedenti all’incidente, aveva ripetutamente sollevato questioni relative alle condizioni in cui versavano i mezzi messi a disposizione dalla ditta.
Le indagini successive alla tragedia avevano fatto emergere un quadro che il pm ieri ha definito «inquietante» nel corso della requisitoria, parlando di «mancanza assoluta di tracciabilità della manutenzione delle macchine», sia quella sulla quale lavorava il 44enne, sia le restanti quattro. Era stata una specifica consulenza disposta dalla Procura a evidenziare - ancora secondo le parole del pm - «un perdurante ed evidente stato di usura» tale da procurare la rottura del sostegno del cestello.
Il mezzo, fabbricato nel 2007, risultava formalmente revisionato l’estate precedente. Su questo punto ha insistito l’avvocato Isotta Farina, legale dell’attuale dirigente della cooperativa. Per il difensore le fatture prodotte dimostrerebbero che la manutenzione dei mezzi avveniva con regolarità, tanto che la scadenza per la nuova revisione era già fissata all’agosto di quello stesso anno. La società aveva inoltre ottenuto un verbale che attestava la revisione da parte di un ente terzo.
Secondo l’accusa i controlli sarebbero tuttavia stati eseguiti da figure che avevano «un conflitto di interessi», tale da inficiare l’attendibilità degli accertamenti e delle manutenzioni. Posizione suffragata anche dalla consulenza su quel mezzo che costò la vita a Ferraresi. Le condizioni che portarono alla rottura - questo l’esito del report - richiedevano almeno due anni per arrivare a quel livello di degrado.