Contro di lui ci sono le immagini scattate da alcuni testimoni, che lo videro abbracciare e palpeggiare in pubblico la ragazza, appena conosciuta e disabile al cento per cento, per poi caricarla sul cannone della bicicletta e portarla sul lungomare. Ma soprattutto ci sono le testimonianze dei carabinieri, che lo trovarono con i pantaloni calati sopra la vittima, a sua volta seminuda. Proprio lei disse ai militari, «finalmente siete arrivati», mostrandosi tutto fuorché complice di quelle effusioni.

Elementi pesanti a carico di un 36enne originario di Ivrea e residente a Rimini, arrestato nell’aprile di un anno fa dai carabinieri della Compagnia di Cervia-Milano Marittima con l’accusa di violenza sessuale aggravata, lesioni e violenza privata nei confronti di una donna quarantenne.

Per l’uomo, difeso dall’avvocato Riario Fabbri, del foro di Rimini, ieri si è aperto il processo davanti al collegio penale presieduto dal giudice Federica Lipovscek (a latere i colleghi Beatrice Marini e Cristiano Coiro), che hanno ascoltato la deposizione del primo testimone dell’accusa, l’amministratrice di sostegno della vittima.

«In ambulanza era terrorizzata»

Rispondendo alle domande del sostituto procuratore Stefano Stargiotti (ieri in aula al posto del pm Daniele Barberini, titolare del fascicolo), la tutrice ha ripercorso le ore precedenti e successive alla violenza. La vittima – con difficoltà motorie e disabile al cento per cento in seguito a un incidente stradale – «era uscita per una passeggiata nel tardo pomeriggio. Ci siamo sentite al telefono una prima volta e quando ho visto che tardava l’ho richiamata. Mi rispose, “sto arrivando”. Ma subito prese il telefono un carabiniere dicendomi di raggiungerli sul lungomare». All’altezza del bagno 201 c’erano la ragazza, l’imputato già ammanettato dai militari del Nucleo operativo radiomobile e l’ambulanza. Le prime confidenze su quanto accaduto, la quarantenne le aveva fatte a lei durante il trasporto all’ospedale. «Mi raccontò che lui l’aveva fermata in via Volturno, l’aveva abbracciata e palpeggiata». A quel punto ci sono le immagini che parlano: l’uomo l’avrebbe caricata sul cannone della bici, conducendola per un po’ assieme al deambulatore. Finalmente giunti in un luogo appartato, l’avrebbe presa in braccio per farle scavalcare un paravento nel retro di uno stabilimento, e una volta al riparo da occhi indiscreti l’avrebbe aiutata a spogliarsi, sfilandole i pantaloni che – si era difeso l’imputato in sede di interrogatorio – si era abbassata fino alle ginocchia senza alcuna costrizione. Per l’amministratrice di sostegno, invece, «lei era angosciata e terrorizzata». Anche il referto del pronto soccorso dimostrerebbe secondo l’accusa che la donna non era consenziente: furono infatti riscontrate abrasioni in entrambe le cosce e arrossamenti vicino all’inguine. Ieri la vittima era presente in aula, e a domanda del collegio non si è opposta all’istanza della difesa dell’imputato, che ha chiesto la sostituzione della detenzione in carcere con la custodia in una comunità a Rimini.

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