CERVIA. Come gazze ladre, erano attirate dall’oro e sapevano cogliere l’attimo giusto. L’oggetto preferito, naturalmente i Rolex, che riuscivano a sfilare dal polso delle vittime senza guardare in faccia a nessuno, colpendo anche disabili. Questa l’accusa che ha portato due ragazze trentenni di origini romene a processo per furto con strappo e furto aggravato. Nonostante la richiesta di condanna a 4 anni presentata dal vice procuratore onorario Ornella Manoli, per una di loro – difesa dall’avvocato Nicola Laghi – è però arrivata l’assoluzione davanti al giudice Natalia Finzi. Nei confronti dell’altra invece, ora irreperibile, il processo è stato sospeso.

La tecnica dell’abbraccio

Gli episodi contestati si sono verificati nell’aprile del 2017 tra Ravenna e Milano Marittima. In un caso una delle due ragazze aveva fermato con una scusa un 65enne, e dopo averlo abbracciato forte gli aveva sfilato dal polso con uno strattone il cinturino d’acciaio e oro dell’orologio di marca. La vittima si era accorta del furto poco più tardi, dopo essersi liberata della stretta, ma ormai troppo tardi.
Stessa sorte era toccata a un disabile 71enne. Era seduto sul lato passeggero dell’auto, con il finestrino abbassato. Entrambe le donne si erano affacciate proponendosi come donne delle pulizie. Alla risposta dell’uomo, una delle due gli aveva afferrato la mano, strappando il prezioso orologio. Era anche intervenuta la moglie, ma il suo tentativo di afferrare una delle due ladre per la cintura si era rivelato vano. Entrambe le ragazze erano riuscite a darsi alla fuga.

Riconosciute in foto

Alla loro identificazione quali autrici dei colpi i carabinieri erano arrivati sottoponendo alle vittime alcune fotografie tratte dalla banca dati, raffiguranti donne dalle fattezze simili a quelle descritte, denunciate in quel periodo per lo stesso reato. In particolare una delle due era stata bloccata dopo avere tentato di rubare un altro orologio di marca, giusto il mese prima a Milano Marittima. Il riconoscimento fotografico aveva portato gli inquirenti a indagare le due romene. Ma sull’affidabilità di quell’identificazione ha puntato la difesa, arrivando così alla sentenza di assoluzione.

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