Cervia. Riemergono storie e retroscena del cimitero tedesco

CERVIA. Tanti saluti dal cimitero militare tedesco di Milano Marittima. Paradossalmente, in una economia come quella del turismo che ha a che fare con la vita e lo star bene, tutto iniziò con le visite alle tombe dei militari defunti nella Seconda Guerra Mondiale. Lo racconta nel libro “Milano Marittima storia di un sogno” l’autore Thomas Venturi, che fa riferimento al grande cimitero militare realizzato al confine fra Milano Marittima e Lido di Savio ad opera dei tedeschi sopravvissuti. Per la sua costruzione fu incaricata una squadra speciale di prigionieri, acquartierati nella vicina colonia Montecatini, dove sorse una falegnameria per costruire le casse mortuarie. I lavori iniziarono in agosto e si conclusero alla fine di settembre del 1945, ma vista la necessità di tombe l’area venne più volte ampliata. Tanto che nel marzo del 1947 se ne contavano circa 6mila, e ogni anno arrivavano i parenti dalla Germania, soggiornando negli alberghi locali. Proprio l’interesse turistico della località indusse però il Comune di Ravenna a cambiare indirizzo, trasferendo il cimitero al Passo della Futa. Nel libro “Giornalaccio romagnolo” lo scrittore Max David svela sulla vicenda un retroscena, che coinvolse il tedesco Fritz – sovrintendente del cimitero – e l’amico “Paciarì”, che l’aveva ospitato nel suo albergo “Al Paganello”. I due facevano affari con il turismo dei defunti, ma un bel giorno si trovarono senza tombe. «Una sera Paciarì aveva preso due elmetti dalla catasta abbandonata – scrive lo scrittore –, e li aveva messi sopra due bastoni piantati per terra. Nessuno avrebbe potuto credere che sotto quei simboli non ci fosse un morto in guerra». E Fritz aveva aggiunto: «Potremmo benissimo rifare il cimitero tale e quale». Per ovviare alle accuse di simulazione di luoghi sacri, occultamento di cadavere inesistente e altro ancora, cercarono quindi di occultare il camposanto con piantine di cocomero e melone. Ma la magistratura era all’erta, e intervenne subito facendo arrestare Paciarì con una sfilza di imputazioni. Fritz, che intanto era ritornato in Germania, venne poi per il processo in soccorso dell’amico riuscendo a scagionarlo. Ma ora è Venturi a rivelare un altro retroscena del cimitero. Grazie alla figlia del marmista cervese incaricato di smantellarlo, infatti, ha ritrovato un «libro fatto interamente di ferro che contiene i nomi dei caduti». «Le pagine sono composte da lamiera levigata di bossoli di cannone pressati e tagliati – scrive –, mentre i nomi dei militari sono incisi sul metallo, elencati per grado e data di morte. Abbiamo così scoperto che vi furono seppelliti anche 6 italiani. Non avevo mai visto niente di simile, solitamente questi libri d’onore sono tutti di carta. Chi aveva realizzato quest’opera?». Fu un tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale si trovava a Cervia, si è poi saputo, e che scrisse al sindaco Gino Pilandri per informarlo del suo lavoro. La lettera faceva riferimento ad una sorta di mappa, che si sarebbe dovuta trovare dentro a una cassetta situata in un muretto con sopra una croce, riportando l’esatta ubicazione del libro. Proprio quella ritrovata dal padre della signora che si è rivolta a Venturi, sicura quest’ultima di avere fra le mani un tesoro. Il libro sulla storia di un sogno verrà presentato l’11 dicembre alle 18 alle Officine del sale.

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