Cervia. Morto dopo il tuffo, la famiglia chiede nuove indagini

CERVIA. Per la Procura non è possibile provare che Davide Pastorelli si sarebbe salvato dopo essersi tuffato dal catamarano noleggiato tra amici, se solo a bordo del natante ci fosse stato – come previsto – il salvagente anulare assicurato a una cima di almeno 30 metri. Sta qui il fulcro della richiesta di archiviazione per i due noleggiatori (assistiti dall’avvocato Massimiliano Baillieri) accusati di concorso nella morte del 46enne cesenate, annegato dopo un tuffo il 27 agosto del 2020 al largo di Milano Marittima. Ieri il giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti ha ascoltato la posizione della madre del defunto, che assistita dall’avvocato Alessandro Sintucci si è opposta alla richiesta del pm Angela Scorza. Secondo il difensore, è emerso dalle testimonianze che i presenti avrebbero sentito distintamente Pastorelli dichiarare di essere in difficoltà nel nuotare. Facile dunque ipotizzare che in quel momento fosse ad una distanza minima dall’imbarcazione, raggiungibile comunque dal salvagente, se solo ci fosse stato. Dubbi anche sulla posizione di chi, quel giorno, era al timone del catamarano, peraltro non assicurato: come gli altri sulla barca, aveva bevuto alcolici e in regime di bandiera rossa si trovava oltre i 300 metri dalla riva dove c’è divieto di balneazione. Il gip si è riservato; spetta a lui decidere se andare avanti con le accuse o archiviare una volta per tutte il caso.

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