Cervia, infermiere a processo: “Non c’entro con i farmaci letali”

«Quei farmaci o li ha assunti la paziente da sola oppure glieli hanno somministrati. Ma io non l’ho fatto». A parlare, ieri in tribunale, è stato un infermiere cervese di 53 anni, finito a processo per esercizio abusivo della professione e omicidio colposo, in seguito alla morte di una donna avvenuta il 26 settembre 2016 all’ospedale di Cervia. L’imputato, all’epoca sospeso per 6 mesi e poi trasferito dall’Ausl in un settore dell’azienda sanitaria che non prevede incarichi assistenziali diretti, ha respinto le accuse secondo le quali sarebbe stato proprio lui a provocare involontariamente la morte a una 66enne di Cervia, iniettandole un mix letale di Valium e Talofen. Farmaci non presenti nella cartella clinica della donna, ma nonostante ciò rintracciati in seguito all’autopsia effettuata all’indomani del decesso.

Difeso dall’avvocato Massimo Martini, l’imputato ha ricordato davanti al giudice monocratico Andrea Chibelli il momento in cui, ormai 7 anni fa, si accorse che la paziente «dormiva troppo silenziosamente», constatando che non dava più segni di vita. «Andai a chiamare la collega e corsi a prendere il carrello per le emergenze». Si trattava della stessa infermiera che, sentita nel corso del processo, ha fornito un racconto ben diverso, sostenendo di averlo visto aspirare una fialetta di Valium per aiutare la paziente a dormire. A lei il 53enne ha mandato un messaggio il giorno seguente al decesso, non appena ricevuto l’avviso di garanzia: le avrebbe scritto “Mi raccomando, uniti sempre”, dopo averle chiesto se aveva bisogno di un avvocato. «Si chiama solidarietà umana – ha ribattuto l’uomo ieri rispondendo alle domande del sostituto procuratore Angela Scorza -. Glielo mandai perché la sera prima l’avevo vista tesa».

Sentita come teste della difesa anche un’altra infermiera, quella notte non presente in reparto perché in ferie. Ha difeso l’ex collega, dando una propria visione dell’accaduto: «La signora – ha asserito – praticamente viveva in ospedale, faceva quello che voleva. Aveva una pochette con dentro anche medicinali, c’era il Talofen». Un dettaglio che ha catalizzato le domande degli avvocati Simone Balzani e Alessandra Fattorini, parti civili per conto dell’Ausl e per gli eredi della vittima. «Era una cosa risaputa e il medico lo sapeva. Oltretutto quei farmaci erano roba sua, noi non potevamo prenderglieli».

Il contenuto di quella borsetta non è mai stato acquisito. Fu lo stesso imputato a liberare il cassetto della paziente ormai deceduta: «C’erano dei farmaci – ha precisato ieri – ma non controllai quali fossero. Erano le 2.30 e il letto andava liberato per la mattina». Poi il ritorno a casa e il risveglio con i carabinieri per notificargli l’avviso di garanzia che lo informava dell’indagine a suo carico. «Da quel giorno – ha confessato in aula – vivo un incubo».

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