Cervia, bancarotta fraudolenta: assolti ex titolari di ristorante

Tutto era partito dalla denuncia di un furto da parte del titolare di un ristorante che già navigava in cattive acque. Alla fine, quando ormai l’ex “Acquario” di Milano Marittima era fallito, proprietario e socio erano stati indagati entrambi per bancarotta fraudolenta, oltre all’accusa di falso in merito alla segnalazione fatta ai carabinieri per quella sottrazione di vini e macchinari ritenuta non veritiera. L’esito del processo in primo grado era stato pesante: 4 anni e 5 mesi per il legale rappresentante, un 85enne originario di Torino, e 2 anni per il socio, 84enne di Cesenatico. La corte d’Appello ora li ha invece assolti perché il fatto non sussiste.

Dopo la condanna del 2018, i due hanno presentato appello con l’avvocato Antonio Diogene. Il nocciolo della questione, sempre quella denuncia per il presunto furto subito nell’agosto del 2011. Il proprietario aveva segnalato ai carabinieri la sparizione di diverse bottiglie di vino. Circostanza ritenuta strana alla luce di una precedente querela per truffa sporta da un’ex socio giusto il mese prima; aveva documentato con una serie di foto la sottrazione di beni perpetrata sotto luce del sole, immortalando alcune persone intente a caricare su un furgone e su un’auto riconducibili agli imputati arredi, celle frigorifere, una macchina del caffè, scatoloni e oggettistica di proprietà del ristorante. Quegli scatti affidati agli inquirenti si erano tradotti nelle accuse piombate su entrambi i gestori.

Ritenute valide in primo grado, quelle prove fotografiche hanno trovato una diversa spiegazione in appello, convincendo il collegio presieduto dal giudice Alberto Pederiali. Il “trasloco” di bottiglie, frigo, e scatoloni c’era stato, ha argomentato la difesa. Tuttavia si trattava esclusivamente di casse di una sola etichetta, successivamente pagate alla curatela fallimentare e cibi in scadenza. Beni cioè diversi da quelli oggetto della denuncia di furto. Insomma, quelle immagini avrebbero ritratto un’operazione – scrive il collegio del secondo grado di giudizio – caratterizzata dalla mancanza i «ogni prova del dolo e degli indici di fraudolenza». Così come la macchina del caffé, secondo la tesi difensiva, sarebbe stata riconsegnata alla ditta fornitrice in quanto concessa in comodato d’uso. Azienda che infatti non si è mai insinuata nel passivo dopo il fallimento.

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