Centro destra primo in Emilia-Romagna. Bonaccini in campo per il Pd

Quattro anni fa Fratelli d’Italia era al 3,34 per cento. Oggi è al 25,02. Il partito di Giorgia Meloni sbanca anche in Emilia-Romagna dove il Pd torna a essere però il primo partito passando dal 26,37 al 28,10 per cento dei consensi (nel 2018 il Movimento 5 Stelle era il più votato col 27,54). Ma il risultato ottenuto dalla coalizione di centro sinistra (35,95%) è comunque inferiore a quello del centro destra (38,93).

Il futuro del Pd

Nel frattempo, il flop elettorale ha indotto il segretario nazionale del Pd Enrico Letta ad annunciare quanto prima un congresso nel quale non si ricandiderà. Ed ecco allora che spuntano i nomi del governatore della Regione Stefano Bonaccini e della sua vice Elly Schlein come possibili candidati alla segreteria nazionale (fra i nomi ci sono anche il sindaco di Pesaro Matteo Ricci o quello di Bari Antonio Decaro). Che si candidi o no, Bonaccini intende comunque giocare un ruolo di primo piano. «Darò il mio contributo perché il Pd non si perda», ha spiegato ieri. «Non so cosa si potesse fare di più. Tutti noi auspicavamo di vincere. Non ci piacciono le sconfitte. Ma la sconfitta c’è, lo ha riconosciuto Enrico Letta e lo riconoscono tutti. Ora dobbiamo ripartire da qui, l’importante è non perdersi. E io darò il mio contributo perché il Pd non debba perdersi, perché secondo me, tra mille difficoltà, le ragioni per le quali il Pd è nato ed è ancora oggi il secondo partito del Paese, ci sono tutte. E un futuro centrosinistra non può prescindere dal Pd». Negli ultimi anni, aggiunge Bonaccini, «il Pd ha fatto bene a mettersi a disposizione del Paese in un momento drammatico. Le scelte compiute in passato sono state scelte giuste, dal punto di vista di assumersi una responsabilità di governo. È inutile tenere la testa rivolta indietro. Ora ci dovremo mettere a disposizione per un progetto che guardi avanti e guardi al futuro», insiste il governatore che vede la crisi dem venire «da più lontano. Il Pd è nato 15 anni fa per unire riformisti, democratici e progressisti in una casa più grande. Se diventa strutturalmente un partito più piccolo vuol dire che si è persa la sintonia col Paese reale».

«Certo che c’è anche un problema di alleanze, solo un cieco non lo vedrebbe», aggiunge l’esponente del Pd. «E io credo che Letta ce l’abbia messa tutta da questo punto di vista, pur nei limiti delle condizioni date». «Con una coalizione più larga avremmo vinto quasi tutti i collegi», aggiunge però, «lo dicono i numeri. Dopodiché abbiamo cercato di fare il massimo possibile». Ora però, esorta, «insieme a un Pd nuovo e più grande bisogna costruire anche un nuovo centrosinistra, altrimenti rischierà di essere meno efficace l’opposizione in Parlamento e rischieremmo di non vincere alle prossime amministrative se non riuscissimo a ricostruire un senso comune per stare insieme anche con altri».

Di Maio quasi a zero

Come sono andati gli altri partiti? Sempre sul dato regionale, ragionando sulla Camera, il Movimento Cinque Stelle che era primo partito nel 2018 passa dal 27,54% al 9,91. La Lega ottiene solo il 7,52 (aveva il 19,20) ed è solo al quarto posto. Al terzo c’è Azione-Italia Viva con l’8,55%. A seguire: Forza Italia 5,83% ( era al 9,93), Alleanza Verdi e Sinistra 4,32%, + Europa 3,16% e tante altre liste (quasi una decina) tutte sotto il 2 per centro, compresa quella dell’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio Impegno Civico ferma allo 0,36).

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