Censimento, pochi monumenti alle donne, a Cervia c’è Grazia Deledda

ROMA. In tutta Italia sono 148 i monumenti e le statue dedicati alle donne. A censirli ci ha pensato l’associazione Mi riconosci che a partire dal 2020 ha sviluppato una riflessione sullo spazio pubblico, interessandosi a come le istituzioni abbiano rappresentato specifici valori e messaggi attraverso i monumenti realizzati tra l’Unità d’Italia e oggi. ‘Accanto al patrimonio coloniale e fascista- spiega l’associazione in una nota- ci siamo occupate della statuaria pubblica di soggetto femminile in più occasioni. Questo discorso si inserisce in una nostra più ampia riflessione sulla presenza ridotta di donne nello spazio pubblico e nei media. In Italia, il numero di statue dedicate alle grandi donne del passato è decisamente basso, questione recentemente portata all’attenzione dei giornali quando è stato inaugurato a Milano il monumento a Cristina Trivulzio di Belgiojoso, il primo che ritrae un personaggio storico femminile a fronte dei 125 rappresentanti personaggi maschili nella stessa città’. L’effettiva presenza di personaggi femminili nelle strade italiane, e quindi non figure allegoriche o mitologiche, spiega Mi riconosci, ‘non è mai stata indagata in maniera sistematica. Come pure non è mai stata sviluppata un’ampia riflessione su quali donne vengano effettivamente rappresentate nello spazio pubblico e come. Ci è sembrato, quindi, necessario avviare un censimento delle statue pubbliche femminili, che abbiamo condotto tra il 25 settembre e il 13 ottobre 2021. Le opere raccolte e censite sono in totale 148, sparse in tutto il Paese: un numero che secondo quanto da noi analizzato e vagliato si avvicina alla totalità di quelle esistenti’. I dati sono stati raccolti attraverso le segnalazioni arrivate tramite il questionario Indagine sui monumenti pubblici femminili, chiedendo al pubblico di Mi riconosci (42mila persone) di compilare un questionario per segnalare i monumenti nella propria città. Questi dati sono poi stati integrati dalle ricerche che abbiamo portato avanti nell’ultimo anno, da ricerche sui dati strutturati Wikimedia e dallo spoglio sistematico dei siti dedicati ai monumenti Chi era costui? e Statues – Hither and Thither. ‘I monumenti a tutto tondo e le statue che abbiamo considerato all’interno dell’indagine sono quelli dedicati a donne realmente vissute- spiega l’associazione- a personaggi letterari o leggendari e a figure anonime collettive (la moglie, la partigiana, la mondina, per citare solo alcuni esempi) che si trovano in spazi pubblici come piazze, giardini e strade. Abbiamo escluso le figure allegoriche come la Patria o la Vittoria, le figure mitologiche come Venere, la Madonna e le statue che si trovano in cortili privati e pubblici (anche di scuole e ospedali) e cimiteri. Oggetto dell’indagine è, dunque, quello che è stato sicuramente commissionato, o almeno avallato, dalle pubbliche amministrazioni e che è visibile a chi cammina per le strade’.

Di seguito i principali risultati e le considerazioni emerse dall’indagine:

DISTRIBUZIONE TERRITORIALE – Nelle maggiori città italiane, i monumenti dedicati a donne sono pressoché assenti: mettendo insieme Roma, Napoli, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Bari, Palermo, Cagliari e Venezia, si arriva a un totale di 19 di cui solo 8 sono vere e proprie statue o monumenti figurati. Dei 148 monumenti e statue censiti, solo il 36% è collocato in una piazza; il restante si trova in posizioni assai più defilate: agli incroci o ai lati di strade, nonché in parchi. Di queste 148 opere, il 14% sono busti, il 4% fontane, il 2% gruppi che vedono anche la presenza di uomini o bambini.

SOGGETTI RAPPRESENTATI – Dai dati raccolti si deduce che molto poche sono le donne ricordate per meriti che non includano il sacrificio o la cura. ‘I monumenti dedicati a donne realmente vissute in Italia sono pochissimi- fa notare Mi riconosci- e mancano figure come Elsa Morante o Ada Rossi, Gaetana Agnesi o Trotula de Ruggiero, Nilde Iotti o Tina Anselmi’. È emerso che i personaggi realmente esistiti con più opere pubbliche dedicate sono Grazia Deledda e Anita Garibaldi. Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva – questo il vero nome della seconda – è sempre ricordata col nome italianizzato e il cognome del marito, spesso rappresentato insieme a lei nelle opere più articolate. Lo stesso avviene anche per il monumento più celebre tra quelli censiti, quello equestre al Gianicolo, l’unico ad avere una donna per protagonista, con il riferimento costante a Garibaldi nel basamento. D’altro canto, Grazia Deledda può contare su ben quattro monumenti a Nuoro, sua città natale, un busto a Roma e un monumento a Cervia. Ventisei sono, invece, le opere nello spazio pubblico dedicate a figure religiose femminili. Altre quattordici sono dedicate a donne e bambine note per essere morte tragicamente, ulteriori otto sono ricordate per il ruolo di benefattrici o per aver salvato vite umane. Su 148 opere censite, ben sessanta sono figure anonime collettive: di queste il 12,5% rappresenta partigiane, mentre il 70% professioni particolarmente faticose sul piano fisico. L’8% sono infatti lavandaie, la figura femminile collettiva più rappresentata, il 4,7% mondine. Significativa è anche la presenza di mogli e madri, ben tre quelle di marinai a cui si affianca la figura leggendaria di Cilla in provincia di Cosenza. Nessun monumento ricorda, viceversa, le levatrici, le impiegate o le scienziate. Bassa del resto è la percentuale di statue pubbliche dedicate a donne o figure femminili per meriti intellettuali o artistici: il 18%.

CONSIDERAZIONI ICONOGRAFICHE – Diverse statue figurative a figura intera che intendono omaggiare donne del passato o specifiche categorie ‘presentano corpi nudi o fortemente sessualizzati. I casi più eclatanti- così ancora l’associazione- sono la fontana dedicata alle giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli ad Acquapendente (Vt), la statua dedicata a Cecilia, presunta amante di Giorgione a Castelfranco Veneto (Tv), la poetessa Nosside a Locri e la sacerdotessa Lisea di Taranto. Tra quelle collettive, impossibile non nominare le lavandaie di Bologna, Massa e Villasanta (Mb) e l’emigrante di Isola delle Femmine (Pa). Questa connotazione erotica va inevitabilmente a sminuire il soggetto ritratto, privandolo, insieme alle vesti, della sua storia e del suo pensiero’. E ancora: ‘Un’altra modalità con cui viene sminuita la donna ritratta è l’enfasi eccessiva su dettagli leziosi o sulla sua bellezza e giovinezza. Ricorrente è anche la presenza di bambini, come a sottolineare il ruolo di cura e, al contempo, a giustificare la presenza di una statua di soggetto femminile nello spazio pubblico’.

LO SPAZIO PUBBLICO – Emerge, dunque, secondo Mi riconosci, ‘una rappresentazione del femminile in gran parte stereotipata che mostra come il problema non si limiti ad assenza o rimozione di donne nello spazio pubblico, ma riguardi pure le modalità con cui sono rappresentate quelle presenti (senza considerare in questa sede gli aspetti prettamente estetici). Va precisato che lo spazio pubblico non può essere considerato neutro: rispecchia sempre le istituzioni che collocano le statue, anche se sono donazioni. Oggi quello spazio è senz’altro androcentrico e questo assunto trova conferma nell’enorme sproporzione tra autori e autrici dei monumenti femminili censiti. Centoventi opere su 148 hanno un’attribuzione certa: di queste solo il 5% è stato realizzato da donne, il 5% vede la collaborazione tra autori e autrici, mentre il restante 90% è a firma solo maschile.

NO ALLE QUOTE ROSA SUI MONUMENTI – Le statue femminili che continuano a sorgere in questi ultimi anni, si chiede infine l’associazione, stanno davvero andando a riequilibrare la presenza femminile nello spazio pubblico? “Abbiamo davvero bisogno di statue di donne, scelte in quanto femminili e calate dall’alto, selezionate da amministrazioni pubbliche in assenza di coinvolgimento della cittadinanza e senza un vero dibattito pubblico? Noi non vogliamo le quote rosa nei monumenti, crediamo che, finché il processo decisionale all’interno delle amministrazioni e gli spazi pubblici resteranno caratterizzati, nel loro complesso, da schemi androcentrici, il coinvolgimento di figure femminili nel repertorio figurativo pubblico sia insufficiente e fuori luogo. La nostra indagine ha una posta in gioco molto più ampia e punta a mettere sotto inchiesta, in ultima analisi, i significati e le finalità degli interventi celebrativi pubblici nei nostri spazi comuni. Non si può continuare a ignorare il problema: lo spazio pubblico e i monumenti plasmano il nostro modo di pensare, offrono modelli, ricordano e celebrano; per questo un approccio analitico e femminista è necessario”. 

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