Celli e i ricordi del ’68 nel suo nuovo libro

Pierluigi Celli (Verucchio, 1942) è stato ed è un grande manager, una delle migliori “teste” che abbia mai partorito Rimini in termini di pensiero tradotto in azione. Laureato in Sociologia, ha guidato grandi aziende pubbliche e private, ha scritto decine di libri e formato intere generazioni di grand commis. In più è senza peli sulla lingua, originale in toto: per un suo libro del 2008 ha preteso di essere pagato in… Lambrusco. 25 bottiglie ogni 3 mesi per 5 anni! Un altro suo saggio era intitolato: “Comandare è meglio che fottere”, tanto per chiarire il Celli-pensiero.

È tornato nella sua terra per presentare il suo ultimo libro al Fulgor di Rimini, quest’oggi, 6 novembre, dalle ore 18.30. S’intitola “La manutenzione dei ricordi. Anni Settanta: i ragazzi che non fecero la rivoluzione”, edito da Chiare Lettere. Interverranno la vicesindaca Chiara Bellini; Mauro Lusetti, presidente Lega Coop; e Marino Sinibaldi, ex direttore Terza Rete Radio Rai e presidente del Centro per il libro e la lettura.

Dottor Celli, lei compie 80 anni il prossimo anno. Diamine, con l’età sta diventando sentimentale anche un duro come lei: da “Comandare è meglio che fottere” ai ricordi di gioventù?!

«Quello era un testo dedicato ai giovani: vi si diceva: se volete rovinarvi la vita seguite questi consigli… Era provocatorio e sentimentale. Ho sempre avuto questa passione che continua anche oggi, insegnare. I ricordi vengono fuori quando consideri le condizioni attuali di questo Paese e ti chiedi dove abbiamo sbagliato. Avevamo ricominciato così bene nel dopoguerra, per poi invece arrivare alla tutela ossessiva dei beni privati».

Lei parla per la sua generazione di scelte e rapporti sbagliati, sgarbi velenosi, compromessi, miserie varie, di gravi responsabilità. Insomma ammette che voi vincenti, voi uomini di successo, per raggiungerlo avete contraddetto i vostri ideali, avete venduto anche la mamma per il denaro e il potere…

«No, non direi così. Ognuno di noi ha fatto la sua strada, ma comunque anche quelli che hanno avuto successo non si sono pentiti della strada intrapresa. Parlo di amici e storie che conosco bene. C’è chi continua a fare volontariato, chi a insegnare in scuole di fortuna… Ognuno di noi però ha il rimpianto di non essere stato poi così rivoluzionario come avrebbe voluto».

Mario Capanna, che fu uno dei leader del 68, sostiene che in realtà avete vinto, poiché avete cambiato la testa delle generazioni a venire. Ma poi, quando il movimento imboccò la deriva terrorista (i compagni che sbagliano, ricorda?) il sistema reazionario reagì attaccando e azzerando l’anelito di civiltà e progresso, la voglia di cambiare il mondo. E la società dell’1%, riprese le redini del mondo. È d’accordo?

«Sono abbastanza d’accordo. A un certo momento i movimenti sono diventati strumenti e luoghi in cui ognuno promuoveva le proprie istanze. È stato così disperso gran parte del potenziale delle risorse del movimento. Molti sono finiti nelle BR o negli altri gruppi paramilitari di fuoco, ne ho avuti tanti come compagni. E questo in realtà ha determinato con la violenza un cambio di paradigma: volevano conquistare la società, non cambiarla, perché il cambiamento richiede pazienza. E loro non ne avevano».

Se cerco un filo rosso nella sua opera letteraria e saggistica lo trovo nella brutale sincerità e nella volontà di non farsi sconti, quasi il bisogno di una catarsi interiore, visto che quella esteriore è ormai impossibile. Si sarà fatto molti nemici…

«Al contrario, devo dire che ho conquistato molti amici, incontro gente che dice che ha tutti i miei libri. Il dire sempre la verità dipende dal mio carattere romagnolo, anche se sono andato via dalla Romagna a 11 anni. Per me è l’unico modo per non farsi accusare di niente, se non del cattivo carattere. In Rai la mia segretaria una volta incontrò mia moglie e le chiese: “Ma lei non ha paura di suo marito?!”».

Veniamo all’oggi. Lei è stato dirigente della Luiss e quindi conosce il mondo dell’università italiana. È ancora una fabbrica di disoccupati o invece è giusto investire di più nella cultura, anche se poi i migliori se ne vanno all’estero?

«Il problema dell’università italiana sta nella sua classe accademica che è ancora molto distante dai problemi veri della società. Molti docenti considerano gli studenti un incidente di percorso, sono più contenti se non fanno lezione, se ne occupano poco. Ma se tu non gli dedichi attenzione perché hai altri interessi, è chiaro che l’Università non svolge il suo lavoro».

È stato anche direttore della Rai, ai tempi del presidente Roberto Zaccaria, anche lui riminese e con un altro romagnolo in Cda, Vittorio Emiliani. Quella di oggi, come le sembra gestita e come dovrebbe svolgere il suo ruolo di servizio pubblico nell’era dei social?

«Lo scenario è cambiato totalmente da quando io ero dirigente, sono passati 20 anni, ma una riflessione vera non è mai stata fatta. Ed è difficile la si possa fare nella misura in cui è ancora assoggetta alle voglie di occupazione dei partiti. Dentro l’azienda ognuno tende a salvarsi anticipando i cambiamenti della politica. E non è una buona premessa per cambiare. Quando sento l’Ad che dice che con lui i politici trovano le porte chiuse, e poi incontra questo o quello, mi cadono le braccia. Noi alla Rai lavoravamo con un gruppo ristretto. Quando si trattò di fare la prima tornata di nomine, ci ritirammo a Firenze per decidere senza sentire nessuno. A me fu consentito di nominare direttore di Rai1, una persona schierata all’opposizione come Agostino Saccà: per me era quello che capiva di più di programmazione e questo bastò».

Lei è stato presidente dell’Ente Nazionale per il Turismo (Enit). Come trova la sua Rimini degli anni 20 del 2000? E dove va e in quale direzione dovrebbe andare il turismo italiano nei prossimi anni?

«Come direttore dell’Enit sono stato processato e assolto (perché il fatto non sussiste) dopo 9 anni per violazione del segreto d’ufficio. Solo per aver applicato criteri imprenditoriali a un ente che era totalmente asservito a una logica spartitoria. La Rimini attuale mi piace, è una città che cambia in meglio. Quando torno trovo sempre che si lavora a qualcosa di nuovo. Certo ci sono dei problemi, ma ci si muove. E questo avviene più all’estero che in Italia. Rimini è un posto in cui tornare a vivere, un esempio. Mentre devo dire il contrario della mia Verucchio: provo amarezza nel vedere uno dei borghi più belli d’Italia, lasciato nell’ignavia e nella decadenza e non si capisce il perché. Me la spiego solo con il coraggio di cambiare: c’è chi ce l’ha, come a Rimini, e chi no…».

Lei conosce da dentro il mondo dell’imprenditoria, sia pubblica che privata. Come si esce dalla crisi?

«Bisogna investire sull’innovazione e sui giovani. I nostri giovani sono spesso preparatissimi, hanno una grande propensione ad apprendere ed esercitarsi, molti vanno all’estero e hanno un grande successo. La classe imprenditoriale invece è abbastanza âgée e quindi occorre un cambio generazionale».

Come lo vede Draghi: meglio capo del Governo o dello Stato?

«Draghi lo conosco bene e dove lo metti funziona. Sempre se quelli che gli stanno intorno lo lasciano lavorare senza sgambetti e pregiudiziali. Il livello è molto alto: non c’è problema, fa sempre il suo dovere e lo fa bene».

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