Celebrando Flaubert nel bicentenario della nascita

di Federico Polverelli     

In lui coesistevano un romantico che trovava banale la realtà e un realista che trovava vuoto il romanticismo; un artista che trovava grottesco il borghese e un borghese che trovava pretenziosi gli artisti; il tutto nella prospettiva di un misantropo che trovava tutti ridicoli”. Il critico francese Èmile Faguet ha definito forse meglio di chiunque altro l’inafferrabilità di Gustave Flaubert.

Per il bicentenario della nascita (Rouen, 12 dicembre 1821 – Croisset, 8 maggio 1880) del precursore, insieme a Balzac, del Naturalismo francese e del romanzo moderno, la Normandia si tira a lucido attraverso una serie di eventi celebrativi della memoria del suo più grande rappresentante letterario; tutto in tono minore, causa covid. Meglio così: Flaubert non avrebbe certo apprezzato cerimonie e fanfare. Non scriveva per la gloria, ma per il Bello; non frequentava i salotti parigini, ma le stanza della sua casa di Croisset; non cercava l’applauso, ma la fedeltà a se stesso.

Nell’anno in cui Napoleone esalava l’ultimo respiro a Sant’Elena e Baudelaire emetteva i primi vagiti, in un appartamento dell’Hôtel Dieu di Rouen nasce Gustave, secondogenito di una famiglia agiata. La madre è discendente di un’antica baronia normanna, mentre il padre è chirurgo primario dell’ospedale cittadino. La vita della famiglia è scandita dal lavoro del dottor Achille-Clèophas Flaubert, che all’Hôtel Dieu riceve pazienti e disseziona cadaveri. La decomposizione dei corpi, unitamente alla visita del manicomio locale a 6 anni e a qualche difficoltà di apprendimento, prima dell’attacco epilettico del 1844, lasceranno un segno indelebile nel temperamento del giovane Gustave. Il vuoto affettivo fa il resto, imprimendogli le stimmate di un angoscioso sentimento di estraneità al reale, che lui, tuttavia, sarà capace di sublimare già negli scritti giovanili Memorie di un folle e Novembre. “Il cuore umano non si dilata se non con un taglio che lo laceri” scriveva a Louise Colet nel 1846.

L’incisione che il destino praticò al suo fu profonda, ma fece sgorgare fiotti imperlati di talento, che si sono cicatrizzati in immortalità. Neanche trentenne, organizzò l’ultimo grande viaggio, in Oriente, durante il quale capì di non essere portato per rincorrere vanità terrene, ma solo per darne conto. E così fece, vivendo da recluso per i successivi trent’anni, fino alla fine dei suoi giorni, in una quarantena volontaria contro quel virus che è la vita. Aveva capito presto che i beni del mondo non sono saturanti, per la loro intrinseca finitudine.

L’unico rimedio all’insoddisfazione costitutiva è dunque la consacrazione all’Arte, che Flaubert persegue con rigorosa documentazione scientifica per la stesura dei suoi romanzi e con una tensione alla perfezione stilistica che è entrata nella leggenda della letteratura. “Flaubertismo” è divenuto sinonimo di “ossessiva ricerca per la parola giusta” (mot juste), che è solo quella in grado di tradurre la poesia in prosa, la musica in lettere e la pittura in parole. “Bisogna far innamorare gli alberi e trasalire il granito; si può mettere un amore immenso nella storia d’un filo d’erba”, scriveva nel 1854, anche se questo gli genera un atroce tormento creativo, somatizzazioni ansiose, crisi di pianto e di nervi che annota in quella meravigliosa poetica dello stile che è la sua Correspondance.

Flaubert partecipa fisicamente al dramma dei suoi personaggi, tornisce le frasi fino allo sfinimento, si macera dietro la scelta di un aggettivo e si sottopone a sessioni di scrittura estenuanti, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Si racconta che i pescatori della Senna si orientavano nel loro percorso fluviale grazie alla luce delle candele nella sua stanza. La gestazione frutterà autentici capolavori, anche se forse “l’eremita di Croisset” non ha fatto altro che scrivere in diversi modi lo stesso libro.

Il protagonista indiscusso è quello che il filosofo Jules De Gaultier chiama “bovarismo”, la sindrome di Madame Bovary, ossia la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Il bovarismo rappresenta il fastidio del quotidiano e il desiderio dell’impossibile che animano quasi tutti i personaggi principali dei romanzi flaubertiani, conducendoli a un inesorabile fallimento. È così per Emma, che, dopo il matrimonio con Charles, dilapida il patrimonio per assecondare fantasticherie sentimentali evanescenti e affoga nel suicidio la cupio dissolvi nella quale era precipitata. È così ne L’Educazione Sentimentale per Frédéric Moreau, alter ego del balzachiano Lucien Chardon, animato da eteree velleità letterarie cui non sarà in grado di dare consistenza, cedendo alle seduzioni della carne che fiaccheranno per sempre le sue ambizioni. Ed è così in Bouvard e Pécuchet, dove gli omonimi protagonisti, copisti di professione, danno sfogo alla loro maniacalità classificatoria nel tentativo di sistematizzare il sapere umano, prima di constatarne la sua verità ultima, ossia l’incapacità di dare risposte al mistero del mondo.

Rea di aver instillato negli uomini insensate pretese scientifiche e illimitata fiducia nel progresso è la borghesia, che Flaubert deplora e deflora nella battaglia di una vita, quella contro la “bêtise”. Essa rappresenta la “stupidità”, l’umano tentativo di dar risposte semplicistiche alla complessità del reale, senza fare i conti con i limiti dell’intelletto. Cinico con i devoti e mistico con i libertini, sa che non è possibile raggiungere la conoscenza assoluta del vero e del bene affidandosi a credenze popolari o a teorie dogmatiche declamate da amboni impolverati. Ne scaturisce una serie di luoghi comuni, che proverà a compendiare nel Dictionnaire des idées reҫues (“Dizionario delle idee correnti”), progetto monumentale che però non vedrà mai la luce. Un’emorragia cerebrale lo fulminerà l’8 maggio 1880, a metà dell’opera.

Del resto, l’aveva scritto lui stesso: la conclusione porta i segni della stupidità.
È curioso che lo stesso giorno si festeggi a Orléans la nascita di Giovanna d’Arco, patrona nazionale che ha ricacciato oltre la Manica la perfida Albione, e in Europa la resa incondizionata della Germania nella seconda guerra mondiale; eventi accomunabili alla vita dello scrittore per la devozione, da parte dei loro protagonisti, alla causa della libertà.
Disprezzato dalla créme intellectuelle dell’epoca, fatta eccezione per Émile Zola e pochi altri, al suo funerale non ci furono passerelle di sepolcri imbiancati, ma l’aura di Flaubert, divenuto famoso dopo il processo intentatogli per immoralità a seguito della pubblicazione di Madame Bovary, era destinata a lasciare il segno.

Gli dedicarono opere, tra gli altri, personalità illustri come Sartre, che non si capacitava di come “l’idiota della famiglia” fosse stato autore di una produzione artistica di livello così elevato, e Proust, che gli dedicò un saggio (“A proposito dello stile di Flaubert”), in cui riconosce al predecessore la grande maestria nell’alternanza dell’ “eterno imperfetto”, capace di dilatare i tempi e gli spazi, con il passato remoto, che tronca bruscamente il ritmo delle frasi, in un’architettura narrativa dove tutto ha un significato di stile e di contenuto.
Indelebili nella storia della letteratura rimarranno, tra i tanti, alcuni episodi e metafore, che in Flaubert si fanno visione del mondo.

Non verrà dimenticato il “vapore del bollito”, nel quale Emma Bovary  sente “tutta l’amarezza dell’esistenza”. E non verrà dimenticato nemmeno il grottesco portato al suo acme nella scena finale de L’Educazione Sentimentale, dove gli amici di una vita, Deslauriers e Frédéric, dopo vicende esistenziali di umiliazioni e fallimenti (l’uno per “troppa logica”, l’altro per “troppo sentimento”), rievocano il passato, quando si ritrovarono davanti a un bordello a portare fiori alle prostitute. “Non abbiamo avuto niente di meglio, dopo”, farà convenire Flaubert ai due enfants du siécle, in un ultimativo gesto di scherno nei confronti dell’odiata borghesia.

La sfiducia nei rapporti umani traligna quindi in disincanto nell’amore, che, nel penultimo capitolo sempre de L’Educazione Sentimentale, in un climax di malinconie struggenti, illuminate da un’alternanza musicale di tempi verbali condotta con magistrale abilità, esplode in tutta la sua dirompenza: l’unico amore possibile è quello retto dalla potenza dell’immaginazione e non dalla realtà della  presenza, che, invece, lo logora. Frédéric e Madame Arnoux danno testimonianza di questo, in pagine di altissima letteratura che esitano in una graffiante parodia dell’amor cortese, quando l’Arnoux si sfila il pettinino e recide la sua ciocca di capelli bianchi, intimando all’amato di conservarli.

Forse però la constatazione più amara è quella che Flaubert affida, sul finire dei suoi giorni, a Bouvard e Pécuchet, che, in pieno sperimentalismo ossessivo, teso a dare un senso all’esistenza, sprofondano nella rassegnazione:  ““Gli scrittori ci dipingono la vita in tinte ingannevoli”. “Bisogna pur dipingere” obiettò Bouvard.”. Questa sopravvenuta disillusione anche nella letteratura è forse lo stato d’animo col quale Flaubert sembra accomiatarsi dalla vita e dal mondo, attanagliati da una spirale di “infinita vanità del tutto”, da cui, in ultima analisi, non è possibile affrancarsi.


Flaubert lascia un’eredità incommensurabile, che probabilmente nessuno potrà mai raccogliere.
Tuttavia oggi andrebbe studiato a fondo, se è vero che con l’avvento dei social, dietro la smania di apparire diversi da ciò che si è, si nascondono tante e tanti Bovary. Questi però non si nutrono di letture cavalleresche che suscitano in loro fantasie amorose, ma seguono gli influencer di turno che gli inducono bisogni inesistenti; non si premurano di coltivare riservatamente i propri capricci lussuriosi, ma seminano dati personali dopo ogni clic sul web; non cercano autenticità in ciò che desiderano condividere, ma raccattano qualche contenuto di tendenza per acchiappare qualche “like” in giro per la rete.

Ecco che allora l’incompiuto Dictionnaire potrebbe essere aggiornato ai nostri tempi, con pagine e pagine di rinnovata “stupidità”.
                                                                                                                                                            Federico Polverelli     

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