In 13 anni la disponibilità di inerti estraibili dalle cave in provincia di Ravenna è calato del 40 per cento. Il quantitativo, che emerge dal delicato aggiornamento di cui si sta discutendo in queste settimane, dovrebbe essere sufficiente a coprire il fabbisogno del territorio almeno fino al 2031. Il numero totale di cave è diminuito drasticamente negli ultimi anni: nel 2006, quando il piano fu approvato, erano 23 quelle attive. Oggi sono dieci in meno.

In provincia di Ravenna, l’attività estrattiva coinvolge aree con caratteristiche peculiari differenti; i materiali disponibili sono principalmente inerti (sabbia e ghiaia), argilla e gesso. L’estrazione di sabbia e ghiaia è concentrata lungo tutta la fascia costiera in corrispondenza nei territori comunali di Ravenna e Cervia e nella fascia pedecollinare, nei comuni di Faenza e Castel Bolognese.

I materiali argillosi oggetto di escavazione sono invece ubicati nei depositi i di pianura del settore collinare dei comuni di Faenza, Brisighella e Riolo Terme. I gessi infine, vengono estratti nella stretta fascia di affioramento della Formazione Gessoso Solfifera, riconoscibile nei territori comunali di Brisighella, Casola Valsenio e Riolo Terme. Per tutti, la Vena del Gesso. Nel 2006 si prevedeva una disponibilità di inerti pari a 14,837 milioni di metri cubi (5,1 di argilla, 6,8 di sabbia e 2,9 di ghiaia). A fine 2018 tale disponibilità si era ridotta a 8,9 milioni di metri cubi (3,9 di argilla, 3,3 di sabbia e 1,6 di ghiaia). La variante che è stata stilata dalla provincia prevede un fabbisogno che sarà coperto dai siti al momento attivi e pertanto non verranno create nuove cave.

Il nodo gesso

Resta tuttavia il nodo della cava di Monte Tondo a Riolo Terme, per l’estrazione di gesso. Qui la multinazionale Saint-Gobain ha proposto un piano di ampliamento a cui però c’è opposizione, a partire da un gruppo di speleologi che a luglio ha spiegato la sua contrarietà al progetto chiedendo che rimangano fissi i 4,5 milioni di metri cubi previsti dal piano di estrazione. Un quantitavo che si pensava si potesse estrarre entro il 2020 ma il ritmo è stato più lento del previsto e per gli speleologi quella quantità è sufficiente per arrivare tranquillamente al 2031. La Provincia non si esprime sul punto mettendo nero su bianco che il quantitativo è «da verificare» e prendendo atto «dell’orientamento espresso nel piano regionale nel definire la cava come unico punto dove concentrare l’estrazione di gesso a scala regionale». Per valutare il proseguimento dell’attività si terrà conto di un percorso regionale che metterà sul tavolo le componenti «ambientali, paesaggistiche e socio-economiche».

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