Uno Bianca, il poliziotto: “I Savi hanno approfittato della nostra disorganizzazione”

CATTOLICA. Quella della Uno bianca sembra ormai una vicenda lontana nel tempo, soprattutto per le generazioni che sono arrivate quando l’eco delle sparatorie - e successivamente dell’iter giudiziario - si è concluso. Eppure venerdì sera, ad ascoltare il magistrato Daniele Paci e l’agente di polizia Luciano Baglioni (oggi in pensione) nella sala conferenze dell’hotel Kursaal di Cattolica c’erano anche molti giovani. Un pubblico numeroso e attento.

«In questa sala - ha notato il magistrato riminese -, saremo circa 120 persone, ho fatto un veloce conto dei posti a sedere. La banda della Uno bianca ha ucciso 23 persone e ne ha ferite 129. Più di quanti siamo qui oggi». Numeri che danno la portata di quanto sia stato il sangue versato dai tre fratelli Savi e dai loro complici, nei sette anni in cui hanno agito, quasi indisturbati, in un territorio che conoscevano benissimo.

Sette anni di violenza

Tra il 1987 e il 1994 la banda della Uno bianca si macchiò di 103 episodi criminosi, in particolare rapine a mano armata, prendendo di mira banche, supermercati, distributori di benzina, caselli autostradali e compiendo gesti di violenza efferati, anche per motivi futili.

«Non abbiamo mai creduto che queste persone fossero legate alla criminalità organizzata», ricorda Paci.

«Quando abbiamo saputo che un componente della banda era un poliziotto in servizio, Roberto Savi, per noi è stato uno shock», aggiunge Baglioni. Le indagini appureranno che gli agenti di polizia coinvolti erano in realtà 5: Roberto e Alberto Savi, Luca Vallicelli, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti. Solo il terzo fratello Savi, Fabio, non faceva parte delle forze di polizia.

Proprio questa loro peculiarità, insieme alla padronanza del territorio, li rese imprendibili per diversi anni. Ma ad agevolarli fu anche altro. «I Savi hanno approfittato della nostra disorganizzazione - spiega Baglioni -, dei nostri errori e di quelli della magistratura. Non c’è stato mai, ad esempio, un coordinamento tra le forze di polizia e tra la magistratura».

Coperture e complottismo

Nel 1994, dopo lo scioglimento del pool di investigatori costituito da Paci, ad indagare sulla Uno bianca a Rimini restarono l’ispettore Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza. Fu grazie al loro continuo lavoro, fatto di ricerche, verifiche e appostamenti, che si arrivò a un bagliore di luce nel buio in cui brancolavano le indagini. «Non ci siamo fatti prendere dalla foga per cercare un colpevole per poi costruirgli delle prove addosso - conferma Baglioni -. Come dice Pietro Costanza, non abbiamo mai preso l’ascensore, ma fatto sempre le scale per trovare ogni minimo indizio».

Anche la vicenda della Uno bianca ha sofferto di ipotesi complottiste. «Mettere insieme le stragi neofasciste con i fatti della Uno bianca mi sembra un errore di impostazione - sottolinea Paci -, non ha le caratteristiche per annoverarsi nella strategia della tensione». Sia il magistrato riminese che Baglioni negano la possibilità che la banda abbia potuto avere vantaggi da qualche tipo di copertura. «Non è che se non si prendono è perché sono coperti - precisa Paci -. Bisogna ricordare che per i fatti più importanti che avevano compiuto i Savi (banda della Ritmo, rapine alle Coop, ecc.), erano state processate e in qualche caso condannate altre persone. Dire che non c’erano coperture non vuol dire assolvere lo Stato, perché non essere riusciti a prenderli per sette anni ha significato una sconfitta».

Nessun pentimento

Con gli arresti, la banda ebbe dunque dei volti. «I loro occhi erano freddi - ricorda Baglioni -, soprattutto quelli di Roberto, che sembravano vuoti e non facevano trapelare alcun sentimento. Il loro pentimento non c’è mai stato. Durante i nostri tanti colloqui non hanno mai chiesto perdono né dato l’impressione di essere pentiti per quello che avevano fatto». «Se ci si ritrova dopo più di trent’anni a parlare della Uno bianca e non ci si capacita cosa sia avvenuto - riflette Paci -, significa che ognuno ha con sé la consapevolezza di quanto sia stata devastante quella vicenda».

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