Cattolica, l’odio sui social dopo la morte sotto un bancale

«L’ennesima morte sul “lavoro”, “altissima purissima levissima”, “se l’ha proprio cercata’ (sì, avete letto bene, proprio così …”se l’ha…”), e poi un susseguirsi di faccine sorridenti e pollici in su, qua e là inframezzato dal classico “basta buonismo”. Un crescendo indegno in cui, per parafrasare un canto partigiano di Nuto Revelli, viene da commentare “pietà l’è morta’”.».

Le parole a commento della tragedia, o meglio, della tragedia nella tragedia, sono quelle della vicesindaca di Rimini Chiara Bellini, che riferendosi a una carrellata di bestialità dà conto alla collettività di quelle che sono state le reazioni di molti, troppi “leoni da tastiera” alla notizia della morte del 47enne Umberto Sorrentino, scomparso a Pasquetta mentre tentava di trafugare qualche bottiglia d’acqua dal retro del Conad del centro commerciale Diamanti di Cattolica. Un «bieco frasario dell’orrore», lo chiama Bellini, di cui spiega di aver riportato solo una «piccola parte». Quello di Umberto Sorrentino, sottolinea la vicesindaca, «è un dramma che invece di destare pietà e compassione ha scatenato il peggio da alcune persone, che dietro la tastiera si sono sentite libere di poter dar fondo ad un registro spietato di volgarità, disumanità e violenze verbali di ogni tipo».

Cosa stiamo diventando

Insulti proferiti «davanti a una persona morta. Senza più pietà, in uno scenario di impoverimento anche linguistico che non è mai solo una questione personale, ma anche e soprattutto di etica democratica o più brutalmente di cosa stiamo diventando e siamo già diventati. Viene da chiedersi da dove provenga questo livore spropositato, ma soprattutto, da interrogarsi per capire i motivi della deriva di una società che non esita neanche più un secondo a condividere pubblicamente parole che non si sa da quale antro personale provengano».

La pietà, o la compassione, ovvero il “patire insieme”, riflette la vicesindaca, «si sono tramutate, prima nel linguaggio e poi nei comportamenti, in una ricerca ossessiva dello “star bene da soli”, senza gli altri, anzi, contro gli altri. Contro questo odio è sempre più necessario uno sforzo di autentica resistenza, non solo per sradicare modelli culturali violenti, ma anche per dare rispetto alla vita umana e un senso al sentirsi e percepirsi come comunità». Come? Si domanda. «Cominciando a riprenderci cura delle parole, – suggerisce, puntando il dito anche contro quell’impoverimento linguistico messo in rilievo nel raccontare le reazioni dei leoni da tastiera – ridandogli valore, significato, peso e quella misura senza la quale, insieme alla pietà, rischieremmo di perdere definitivamente anche le fondamenta della nostra convivenza civile».

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