La voce di Cathy La Torre è accogliente, energica, decisa. Gentile. Sorride intanto che parla e si racconta. È atteso il suo intervento di oggi al Festival del buon vivere “Aspettando femminile plurale” home edition: alle 15 l’incontro virtuale sarà visibile in live streaming su Youtube, Facebook e terradelbuonvivere.it, inserito nella sezione “Buon vivere in un libro”. La Torre chiacchiererà con Corrado Ravaioli del suo Nessuna causa è persa, a poche settimane dall’uscita già in seconda ristampa e nella top 20 dei libri più venduti in Italia per la saggistica.

La Torre dirige lo studio legale WildeSide-Human First che si occupa dei diritti non ancora riconosciuti, nel 2008 ha fondato il Centro europeo di studi sulla discriminazione e nel 2013 ha fondato Gaylex, rete di avvocati contro le discriminazioni. È stata anche vicepresidente del Movimento identità trans. Nel 2019 ha vinto il primo premio nella categoria “professionisti pro bono” ai The Good Lobby Awards per la campagna “Odiare ti costa”, contro l’odio in rete.

Cathy: avvocato, avvocata o avvocatessa? Le parole sono importanti?

«Sono fondamentali perché sdoganano delle cose che prima non c’erano. Mi faccio chiamare avvocata perché richiama alla parola vocazione e io sono vocata al diritto. Poi pensiamo a quanto possano esprimere un cambiamento: ministra, sindaca… All’inizio si diceva che erano parole brutte che non si potevano sentire, ma le parole non devono necessariamente essere subito belle, la bellezza può arrivare anche dopo, abituandosi ad ascoltare. Le parole sono belle non solo per il loro suono ma soprattutto per quello che significano».

Il suo libro è già un successo. Ha ringraziato con umiltà i suoi lettori su Instagram, specificando che non è una scrittrice, eppure… A cosa è dovuto secondo lei questo risultato?

«Il fatto più eclatante non è l’interesse specifico verso il libro ma verso le tematiche di cui riesco a parlare tramite i social. Su Facebook quasi 75mila follower, su Instagram sono più di 250mila: il libro è una conseguenza di questo interesse, di questo seguito e mi fa pensare e sperare bene. La mia comunicazione è incentrata sui diritti, sono politicamente molto schierata. Chi mi segue riceve informazioni precise, verificate, incrocio le fonti e cerco di dare le notizie che possono presentare un punto di vista diverso. Le persone che stanno comprando il libro, che lo stanno leggendo, sono accoglienti rispetto all’idea di decostruire dei pregiudizi».

È giusto rispettare le leggi eppure ci sono casi in cui è necessario contrastarle, è uno dei concetti che emerge dal libro…

«Dietro molte leggi si sono perpetrati i più grandi crimini contro l’umanità. Le leggi sono fatte dagli esseri umani, bisogna considerare il contesto in cui nascono, non sempre sono una garanzia di giustizia. Ci sono leggi che non condivido a partire dal codice penale che è nato in epoca fascista, penso al codice Rocco. Io mi batto contro le discriminazioni, contro le ingiustizie».

Quando ha cominciato a percepire in lei questa necessità?

«Sono sempre stata cosi, sono di Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, sono nata in un contesto sociale ad alta densità mafiosa. L’urgenza l’ho percepita fin da subito, è nata e cresciuta con me. Vivevo in un contesto in cui un servizio che ti spettava di diritto era percepito come un favore che ricevevi da qualcuno e a me suonava male. Poi mi sono trasferita a Bologna per l’università e il contesto era completamente diverso: ho percepito che se cammini per strada e butti una cicca a terra non arrechi un danno alla città ma prima di tutto a te stesso, perché la strada è anche tua. Eccolo, il senso civico».

Oggi la conosciamo per quello che è, un’avvocata impegnata contro le discriminazioni, un’attivista politica. Che bambina era?

«(Ride… ndr) Sarei dovuta nascere maschio! Davvero! Lo documentava l’ecografia che si è poi rivelata sbagliata. I miei genitori hanno atteso per nove mesi un maschio, avevano preparato un bel corredo in azzurro con ricamato il nome che avevano scelto: Benedetto. Mio padre si prese un esaurimento nervoso e la sua reazione fu la decisione di crescermi come un maschio. A mia sorella maggiore ha regalato la bicicletta rosa, a me la Bmx, mi incitava a impennare (ride, ndr). Con lui ho imparato a guidare la moto, la macchina… Mi ha privata della mia femminilità e allo stesso tempo mi ha insegnato a non avere paura di nulla».

Si spiega così il suo essere gender fluid?

«Sì mi definisco così, in effetti è stato provvidenziale il fatto che i miei aspettassero un maschio e poi sono arrivata io. Mia madre mi ha sempre incoraggiata a non pormi dei limiti, di nessun tipo. È stata una grande fortuna, lei mi ha sempre detto che io sarei riuscita a realizzare tutto quello in cui avrei creduto, sentiva la mia passione, la considerava la dote più grande per poter riuscire a realizzare i miei sogni».

I temi del “Buon vivere” di questa edizione sono equità, condivisione, responsabilità… Qual è la sua visione di buon vivere?

«Sentire empatia con quello che mi circonda. Avere cura degli altri, ascoltarli, aiutarli davanti all’ingiustizia. Ognuno dovrebbe cercare il proprio posto di buon vivere, la propria collocazione nel mondo».

E qual è il suo posto nel mondo?

«Il mio posto è XXL, è fatto di diritti larghi e comodi in cui possono starci tutti. Un giorno mi piacerebbe essere ricordata per questo: per essere riuscita a estendere i diritti, per essere riuscita ad aggiungerne. Quelli che si battono per negare i diritti agli altri non li ho mai capiti».

Cathy La Torre, “Nessuna causa è persa”, Mondadori, 2020, pp. 168, euro 18 – disponibile in ebook

Il libro: storie di ingiustiziee diritti negati

Un intreccio di storie che ci parla di diritti negati e crimini d’odio, di omotransfobia e revenge porn, di nuove forme di genitorialità e leggi ancora tutte da scrivere. I diritti civili e sociali nel nostro Paese sono costantemente sotto attacco, mentre le leggi che cercano di includere e integrare vengono messe in discussione. Ogni giorno le cronache raccontano di violenze e aggressioni nei confronti di chi incarna una diversità.

Cathy La Torre dà voce alle ingiustizie raccontate dalla cronaca, dando un volto e una storia a ogni fatto: ci racconta di Michele, nato Michela, e del suo dolore di sentirsi uomo in un corpo di donna. Di Luca, omosessuale e cattolico, padre meraviglioso di una splendida bambina con la sindrome di Down. Di Ada e della sua battaglia per diventare magistrata benché non vedente. E di Alice, vittima di uno «stupro virtuale» a causa di alcune sue immagini finite su Telegram. O ancora di suor Mariachiara, che si batte per vedere riconosciuta l’“autorevolezza” delle donne di Chiesa e intanto tiene sempre aperta la porta per chi ha bisogno del suo aiuto.

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