Caterina Boratto, l’attrice ripescata da Fellini

RIMINI. Piemontese, classe 1915, eleganza innata e sguardo da regina. Una donna che esprimeva una “regalità completa”. Così la tratteggiò lo stesso Federico Fellini che la volle nel cast di 8 ½, nel ruolo di una misteriosa signora, e poi subito dopo in Giulietta degli spiriti, nella parte della madre della protagonista interpretata da Giulietta Masina.
L’attrice Caterina Boratto debutta sul grande schermo nella metà degli anni Trenta con il film Vivere! di Guido Brignone, dove recita al fianco del tenore Tito Schipa. Un successo che le spianò la strada per Hollywood, dove fu ingaggiata dalla Metro Goldwin Meyer. Rientrata però dopo un paio di anni in Italia a causa della guerra, realizzerà ancora alcuni film, per poi scegliere di interrompere la propria carriera per dedicarsi agli affetti famigliari. A “ripescarla”, negli anni Sessanta, sarà proprio Federico Fellini (e in seguito lavorerà anche per la tv e per altri grandi registi tra cui Pasolini, in Salò), che aveva conosciuto nel 1943 sul set di Campo dei Fiori, pellicola che aveva sceneggiato e che era diretta da Mario Bonnard, con interpreti Anna Magnani e Aldo Fabrizi. «Era sempre attivo, con le scarpe da tennis, molto magro e con una testa piena di lunghi capelli neri»: così l’avrebbe ricordato Boratto riferendosi proprio al momento del loro primo incontro. Il rapporto tra i due fu per tutta la vita di stima e amicizia.
«Caterina Boratto appartiene a quella categoria di attori che fanno parte da sempre della mia mitologia di spettatore», dichiarò il regista riminese in una intervista a Rita Cirio.
Il primo incontro al Fulgor?
È possibile che quell’attrice dall’aspetto così ammaliante Fellini l’abbia vista per la prima volta magari al cinema Fulgor di Rimini e proprio nel film, o in uno dei due film, in cui fu diretta da Brignone? Possibile. Di fatto, dopo il film del 1936 Vivere! l’anno seguente il trio Brignone, Boratto e Schipa fu riproposto nella pellicola Chi è più felice di me?
Sono gli anni dell’adolescenza di Fellini a Rimini, quegli anni in cui si era già fatto conoscere nella sua comunità come abile disegnatore, tanto che con il proprietario del Fulgor aveva stretto un patto che gli consentiva di entrare gratis al cinema in cambio di suoi disegni e caricature delle celebrità. Brignone, tra l’altro, è lo stesso regista di Maciste all’inferno, il film che Fellini ha sempre indicato come il primo che ricordava di aver visto con emozione al cinema Fulgor, seduto sulle ginocchia del padre.
Come è capitato altre volte nella carriera del regista, l’incontro con la diva, che nel frattempo sembrava sparita dalle scene del cinema, avviene alcune decine di anni dopo la loro prima conoscenza, sempre a Roma, dove Boratto era in effetti tornata per riprendere il mestiere di attrice: è il 1962 e Fellini la nota casualmente per strada, nei pressi di un grande magazzino. La riconosce, si fermano a parlare. L’istinto, così spesso decisivo, lo porta a chiederle di interpretare la parte della misteriosa, elegante signora che appare in più di una scena del capolavoro 8 ½.
La prima apparizione sarà quella in cui Boratto scende la scalinata dell’albergo, vestita in maniera elegante, in testa un largo cappello, tiene per mano una bambina e scivola a fianco del protagonista Guido-Marcello Mastroianni. La ritroveremo anche nella sequenza dell’harem e qui, alla domanda di Guido – «mi tolga una curiosità bella signora… lei chi è?» – la risposta è di quelle che non sciolgono il dubbio, al contrario, tende a volerlo rafforzare: «Non importa il nome. Sono felice di essere qui. Non domandarmi niente».
«Caterina Boratto passa – ancora come una regina – da 8½ a Giulietta degli spiriti, però non è più la Regina del Cielo ma piuttosto la quintessenza gelida della Regina del Male, dalle favole paurose dell’infanzia»: l’osservazione, riportata in un saggio del figlio di Boratto, Paolo Ceratto, apparso sulla rivista “Amarcord” nel 2007, è dello studioso David P. Costello. Coglie un aspetto che altre volte appare nella filmografia felliniana: il ribaltamento, la polarizzazione, dei ruoli affidati a medesimi attori o attrici.
È il caso ad esempio di Anouk Aimée nel passaggio da La dolce vita (l’amica-amante di Marcello) a 8 ½ (la moglie). «Similmente – osserva Paolo Ceratto – il personaggio interpretato da mia madre nei due film cambia radicalmente». Così, se da un lato (8 ½) ad affacciarsi è la simbologia della Grande Madre, nel caso di Giulietta degli spiriti il ruolo di Boratto sul piano simbolico porta ad accostamenti opposti: come madre di Giulietta, Boratto, pur sempre di una bellezza fulgente, è in filigrana semmai la strega cattiva delle favole, una sorta di strega di Cenerentola.
Quello in Giulietta degli spiriti non fu in realtà l’ultimo ruolo che l’attrice – scomparsa nel 2010 all’età di 95 anni – interpretò per Fellini. La ritroviamo infatti in Block-notes di un regista, il documentario che nel 1969 Fellini realizzò per la tv statunitense Nbc e che, oltre a essere l’unico documento visivo sul film mai realizzato Il viaggio di Mastorna, fu anche un lavoro preparatorio per il film Satyricon. Caterina Boratto vi appare infatti nelle vesti di una matrona romana. Fellini girò in effetti con lei delle scene che dovevano entrare nel film tratto da Petronio. Ma furono tagliate.
Paolo Ceratto, che grazie alla madre ha potuto conoscere Federico Fellini in giovanissima età – «Avevo otto anni quando andai sul set di 8 ½» ricorda – ha da poco dato alle stampe un libro sul maestro riminese, Il lungo film di Fellini. Da “I vitelloni” a “Il viaggio di G. Mastorna”, che rielabora la sua tesi di laurea (in psicologia) nella quale analizzava il capolavoro 8 ½ in chiave junghiana: «Quando Fellini la lesse mi disse: “Paolino mi hai radiografato l’anima”. Fu ed è ancora oggi una grandissima emozione».
A Rimini la mostra non riaprirà
Nel frattempo, con la Fase 2 partita in Italia, si riaccendono anche se debolmente le iniziative dedicate a Fellini per il Centenario. Dopo l’Istituto Italiano di cultura a Stoccolma, che dà appuntamento al 19 maggio per una iniziativa in streaming dedicata ai rapporti tra Fellini e Anita Ekberg, si muove anche l’Istituto Italiano di Parigi: è stata richiesta infatti la sottotitolazione in francese del tour virtuale di Fellini 100. La mostra a Castel Sismondo, che ha offerto lo spunto per un ampio articolo su Fellini del curatore Marco Bertozzi sulla rivista dell’Enciclopedia Treccani. La mostra era stata chiusa agli inizi di marzo a causa dell’emergenza Covid-19 e a questo punto non riaprirà. Si continua invece a lavorare per il Museo Fellini.

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