Castronuovo presenta la riedizione de “I superflui” di Arfelli

Quando a metà Novecento esplose il caso dei Supeflui di Arfelli si parlò di neorealismo, qualcuno alluse anche all’esistenzialismo. L’autore volle però mitigare quell’idea quando un giorno disse che il suo era «un romanzo esistenziale, non esistenzialista, per i problemi dell’esistenza che vi figurano». Forse un’idea più indovinata è stata espressa dal critico Marco Sangiorgi, che riportando Arfelli alla sua Romagna adriatica (era nato a Bertinoro nel 1921, ma visse a Cesenatico non lontano dalla casa di Marino Moretti, facendo l’insegnante), ha richiamato il fatto che l’atmosfera del romanzo echeggiò poi in Moraldo, personaggio dei Vitelloni di Fellini.

Traversa le pagine una frustrazione di se stessi e della vita, un sentore ben avvertito dai giovani di provincia negli anni del secondo dopoguerra, stimolo ad abbandonare la stanca inerzia dei loro paesi e andarsene verso le grandi città in cui la vita accadeva, gli stimoli circolavano. Anche Arfelli ebbe la tentazione di andarsene, di fuggire, ma una miscela dolorosa lo trattenne: i lacci della crescente depressione e l’indecisione al cospetto del successo ottenuto col romanzo. Restò solo, quando invece alcuni ce l’avevano fatta. E quella miscela la si percepisce in fondo anche nelle pagine che stava creando.

Come nacque l’idea del romanzo lo apprendiamo da un’intervista che Giovanni Lugaresi fece ad Arfelli nel 1990. Nel dopoguerra, un gruppo di amici si ritrovava la sera a casa sua, a Cesenatico; discutevano di libri e romanzi e cominciavano a scrivere racconti, ma poi il gruppo si sciolse, a uno a uno gli amici se ne andarono a Roma e Arfelli restò solo. Scriveva racconti, ma i giornali regolarmente li respingevano. Ed ecco la miccia accesa, a 28 anni: «Mi stancai e dissi: adesso scrivo un romanzo, se ci riesco, bene, se no smetto di scrivere. Incominciai così I superflui. Portai il primo capitolo a Moretti, chiedendogli un giudizio: dovevo continuare o smettere? Mi disse di andare avanti: così feci».

Il romanzo prese forma in poche settimane nell’estate del 1948. L’anno successivo fu indetta la prima edizione del Premio Venezia per un romanzo inedito che sarebbe stato pubblicato da Rizzoli. Una volta concluso, Arfelli spedì il manoscritto e tempo dopo si vide recapitato un telegramma: aveva vinto e doveva presentarsi a ritirare il premio al Casinò di Venezia. Vale notare che la giuria era composta da Palazzeschi, Pancrazi, Valeri, Stuparich e Tibalducci, che intuirono ben riuscita l’ambientazione quotidiana della fragile Italia dell’immediato dopoguerra, stilisticamente indovinata l’asciuttezza della scrittura. Non a caso la motivazione del premio suonava: «Un’opera amara, cruda, aspra, anche disperata se dal fondo della sua chiusa tristezza non si levasse una trepida luce di umana simpatia».

Rizzoli stampò a luglio 1949 in alcune migliaia di copie che si esaurirono in dieci giorni. La ristampa, dell’ottobre 1949, finì in venti giorni. Arfelli entrò di colpo in una favola: sentì il sapore del successo, conobbe e frequentò altri scrittori e guadagnò anche del danaro. Ma soprattutto, era finito nella magnifica fioritura dei narratori degli anni Cinquanta: Berto e Prisco, Arpino e Rea, La Capria e Parise.

L’onda era diventata poderosa, e come spesso accade nacque subito un secondo romanzo, La quinta generazione, che uscì sempre da Rizzoli nel 1951 ma che già destò interesse più tiepido. I superflui continuarono invece la loro corsa: traduzione americana e francese, con enorme successo di vendite (un milione di copie negli Usa). In Italia lo riprese Vallecchi nel 1954 in una collana economica.

Dopo, fu il silenzio. La vita di Arfelli cadde nel gorgo dei disturbi psichici, nelle cui pause calme stilò qualche racconto e note di diario. Quando Lugaresi gli chiese perché aveva smesso di scrivere, la risposta non lasciava spazio a nostalgie: «Facevo fatica. Io non sono uno scrittore di mestiere, di quelli che si mettono a tavolino e… fanno. Io scrivevo solo quando veniva l’ispirazione; una parola che non usa più, ma io continuo a usarla. Poi ho cominciato a star poco bene, e ho smesso». Non solo: confessò onestamente un giorno a Walter Della Monica di aver detto nei suoi due romanzi ciò che aveva da dire, di trovare insensato tirare un racconto come elastico e farne un romanzo (consiglio utile a ogni narratore…).

Per quarant’anni Arfelli ha taciuto: se n’è andato in una casa protetta di Ravenna nel 1995. E io mi accorgo adesso di non aver scritto nulla di cosa accade al protagonista Luca e alla compagna Lidia. C’è una ragione: il romanzo ha una trama, anche squallida, che si solidifica nella sensazione del disincanto, in quel presentimento che prima o poi ci coglie tutti nella vita: intuire che qualcosa poteva essere e non è stato, sentirsi “superflui”, inservibili alla realtà. Non sembra quindi utile narrare il romanzo: è importante procurarsi la nuova edizione e leggere questa pregevole testimonianza della nostra bella letteratura.

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