Castronuovo e le letture contro l’oscenità della morte

La lettura è l’àncora di salvezza in giorni di forzato divano? Solo se ci causa inquietudine, anche tormento: solo così diventa parte di noi. E allora ecco alcune letture, anche scontate, ma che pochi hanno fatto da “liberi”. Mille volte è stata citata in queste settimane La peste di Camus: da leggere assolutamente, ma senza sbagliare ottica. Se pure si narra di un contagio, il modello per il romanzo fu la Francia occupata dai nazisti nel 1942: è il flagello della “peste bruna” ad abitare un grande libro da cui emergono anche la morte, la segregazione, l’esilio interiore. Quanto basta per capire che col romanzo ci caliamo in un nucleo forte dell’essenza umana.

Concordo allora con chi ha assunto Camus a simbolo del momento, ma la sua lettura deve spalancare orizzonti più larghi: sarebbe come se aprissimo I promessi sposi di Manzoni perché nelle sue pagine si parla di peste, che invece è solo un elemento di qualcosa di ben più complesso. Ecco, se leggessimo ora ciò che la scuola ci ha fatto detestare, faremmo una cosa bella e buona; sempre tenendo il motto di Longanesi in sottofondo: «Tutto quello che NON so, l’ho imparato a scuola».

Se poi mi sposto verso il luogo in cui il contagio viene racchiuso, allora La montagna incantata di Thomas Mann mi corre subito alle labbra, e tuttavia voglio indirizzarvi su un gioiello poco noto: Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino, uscito nel 1981 e subito premiato col Campiello. Il protagonista giunge a fine guerra in un sanatorio per tisici e qui vivrà una passione travolgente con la malata terminale più “fradicia” che ci sia, che tuttavia gli farà vivere indimenticabili momenti. Lo stile virtuosistico del romanzo fa affiorare potenti allegorie: la tisi come dissoluzione, il “vivere per la morte” dei tisici, la condanna per il solo che guarirà: vivere una quotidianità banale. Davvero un grande libro, il cui fulcro rammenta lo stupendo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, dove il contatto è con una lebbrosa: il romanzo vinse nel 1947 la prima edizione dello Strega ed è una lettura che brucia fino all’ultima pagina.

In questi giorni, ad affacciarsi alla finestra, colpisce l’enorme vuoto che a tratti fa sentire soli. Esperienza che Guido Morselli immaginò in Dissipatio H.G.: un giorno il genere umano sparisce ma resta intatto il mondo delle cose. Tutto il romanzo è il monologo condotto, dall’unico uomo rimasto vivo, nella solitudine assoluta: un libro disperato ma a suo modo sereno.

Ma l’esperienza forte dei nostri notiziari è la morte, quella cieca e vincente che ci angoscia. E allora vale forse rivolgersi allo scrittore che ha avuto il coraggio di combattere contro la violenza della morte, addirittura contro quel dio che l’ha inventata: Elias Canetti, Nobel nel 1981, i cui pensieri sono raccolti nel Libro contro la morte.

Insomma, c’è di che leggere; e c’è di che meditare. Tanto.

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