Se solo la terra si fosse spaccata qualche ora prima, trascinando nel greto del fiume un terzo del campo da calcio, sarebbe stata una tragedia. Perché nell’impianto sportivo di Casola Valsenio, il “Nannini”, distrutto dalla ciclopica frana del 25 febbraio 2015, continuavano a allenarsi i ragazzi della squadra locale, che nemmeno 7 ore prima erano stati accompagnati dai genitori, rassicurati riguardo alla tenuta della struttura. A tranquillizzare tutti sulla sicurezza dell’area era stata anche una specifica perizia geologica che il Comune aveva affidato meno di un anno prima a due esperti della zona, in vista di alcuni lavori all’impianto di illuminazione. E proprio alla luce di quella relazione emersa nel corso delle indagini, il sostituto procuratore Stefano Stargiotti ha individuato profili di responsabilità penale nei confronti dei due tecnici. Sono imputati per “disastro ambientale innominato”, un reato che contempla quegli eventi (come appunto il crollo) che si possono realizzare in un arco temporale anche prolungato e che compromettono l’incolumità pubblica.

Il processo con rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare Andrea Galanti, ha già esaminato la relazione del consulente tecnico di parte scelto dall’avvocato Carlo Benini, difensore dei due imputati. Ieri invece è stata presentata la consulenza disposta dalla procura già in fase di indagini, che ha portato a un rinvio a febbraio dell’anno prossimo per la sentenza.

La crepa un mese prima

A preannunciare il crollo, nei mesi precedenti ai fatti, era stata una crepa che si era aperta in una parte del campo. Non aveva tuttavia destato preoccupazioni, anche perché nell’aprile del 2014, prima che iniziassero i lavori per posizionare i pali del nuovo impianto di illuminazione, la perizia redatta dai due esperti incaricati dall’amministrazione aveva escluso rischi di carattere geologico in quell’area, collocata in una cornice complessa e già sottoposta a specifiche verifiche negli anni ’70/’80.

Il giorno del disastro

Invece poco dopo le 4 del 25 febbraio di cinque anni fa, un boato si era portato via un terzo dello storico impianto sportivo, attivo da oltre 20 anni. La porzione di terra crollata, aveva provocato una diga sul fiume, che fortunatamente aveva poi lasciato defluire il corso d’acqua.

Parallelamente, la procura aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti, attivando i carabinieri affinché sentissero varie persone, tra addetti alla manutenzione del centro, ma anche frequentatori del campo, allenatori e dirigenti dei gruppi sportivi. La direzione delle indagini puntava a capire se ci fossero state avvisaglie nei mesi precedenti e se la sicurezza della zona fosse stata tenuta sotto debito controllo. Nel corso di questi accertamenti era saltata fuori la relazione depositata in Comune da meno di un anno, nella quale era stato dato l’ok all’intervento di restyling. Le nuove luci avevano illuminato il manto erboso giusto pochi mesi prima che il terreno di gioco sparisse nel fiume.

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