Caso Poggiali, nuovi accertamenti sulle flebo al potassio

Non saranno riuniti in un unico “maxi appello” i processi per la morte di Rosa Calderoni e Massimo Montanari, i due pazienti di 78 e 94 anni deceduti in circostanze sospette l’8 aprile e il 12 marzo 2014 all’ospedale Umberto I di Lugo. Procederanno però in parallelo, con nuovi approfondimenti istruttori fatti di perizie, testi (ri)chiamati a deporre e acquisizioni documentali volti a stabilire, una volta per tutte, se a ucciderli praticando loro iniezioni di cloruro di potassio fu l’ex infermiera del reparto di Medicina, Daniela Poggiali. È questa la decisione della corte d’assise d’appello di Bologna presieduta dal giudice Stefano Valenti, che ieri ha dettato ritmi serrati per due procedimenti «fortemente differenziati sotto il profilo procedimentale», pur avendo «punti di contatto».

La corte felsinea lo ha deciso con sei ordinanze, dalle quali si coglie un’urgenza dettata – così si legge – dal fatto da l’imputata è tornata in carcere il 24 dicembre scorso, dopo la condanna in abbreviato a 30 anni per il “caso Montanari”. Mentre per il decesso della 78enne si tratta del sesto grado di giudizio, dopo l’ergastolo pronunciato dalla corte d’assise di Ravenna nel 2016, ribaltato in Appello da due sentenze poi annullate dalla Cassazione.

L’infusione di potassio

Il nodo cruciale torna sulla quantità di potassio rilevata nell’umor vitreo di Rosa Calderoni a 56 ore dalla morte, quando già all’ospedale di Lugo circolavano i sospetti sull’infermiera; per il consulente nominato a suo tempo dalla Procura, il medico legale Franco Tagliaro, quella concentrazione sarebbe indicativa di un’infusione endovenosa fatta alla paziente (non sottoposta a tale cura) pochi minuti prima della sua morte. Materia complessa e controversa, controbattuta dai difensori dell’imputata (assistita dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera) e sulla quale dovranno esprimersi ora il tossicologo Luca Morini e il medico legale Rossana Cecchi.

C’è un dato di fatto ormai assodato: una dose massiccia di potassio avrebbe ucciso immediatamente l’anziana. Ciò ha aperto la strada all’ipotesi di un’iniezione “sub-letale” o di una infusione lenta: ma quantità, diluizione e durata della somministrazione sono aspetti sui quali ora dovranno fornire chiarimenti gli stessi consulenti all’epoca incaricati dal sostituto procuratore Angela Scorza e dal già procuratore capo Alessandro Mancini. A loro è stata chiesta una nuova, tempestiva relazione da esporre a metà della prossima settimana.

Al setaccio le cartelle cliniche

Ci sono poi i reperti, cinque per l’esattezza, considerati “prova nuova”, poiché emersi solo dopo la prima condanna all’ergastolo. E sul rinvenimento del deflussore della flebo ricondotta alla Calderoni, oltre a flaconi e altre “vetrerie” trovati nel locale dell’ex cucina, dovranno deporre nuovamente la dottoressa Caroli e l’infermiera Gagliardi. Passeranno sotto la lente d’ingrandimento della corte anche le cartelle cliniche dei pazienti all’epoca in cura nel reparto, e trattati con terapie endovenose di potassio, per capire quanti deflussori contaminati da potassio potessero in astratto circolare nelle ore a ridosso del decesso.

La statistica sulle morti

Si arriva così al comune denominatore dei due processi: la statistica sulle morti in corsia, a suo tempo affidata dalla Procura di Ravenna, che aveva segnalato un inquietante eccesso di mortalità tra i pazienti durante i turni della Poggiali: 139 i defunti nel settore in cui lavorava, tra il 9 aprile 2012 e l’8 aprile 2014, contro i 52 dei due settori adiacenti. Se ne dovrà occupare adesso il professor Alessio Farcomeni, al quale è stata affidata una perizia statistico-forense-medica.

In cerca dei compagni di stanza

L’ultimo aspetto riguarda solo l’appello per il “caso Montanari”. L’anziano, deceduto inaspettatamente alla vigilia delle dimissioni, era ricoverato con altri due pazienti, seppure dai registri dell’ospedale risulti fosse solo nella stanza. Entrambi avrebbero riferito all’indomani della morte a una collega della 48enne e alla moglie del defunto di aver notato l’infermiera avvicinarsi al suo letto, nonostante non fosse di turno in quel settore. Ed è in tale contatto sospetto che l’accusa individua un preciso movente: il 94enne era infatti l’ex datore di lavoro del compagno dell’imputata, la quale lo aveva minacciato di morte anni prima. La Corte ora ha chiesto di convocare entrambi i testimoni, non sapendo tuttavia che almeno uno dei due è deceduto. L’altro, qualora fosse ancora in vita dovrebbe riferire di fatti accaduti ormai 7 anni fa.

Attenta, rimasta sempre in piedi dentro la “gabbia” della corte d’assise d’appello di Bologna, Daniela Poggiali era presente all’udienza di ieri, scortata dalla polizia penitenziaria dal carcere di Forlì, dov’è rinchiusa dallo scorso 24 dicembre. Nell’aula, seduti a pochi metri di distanza c’erano anche la sorella Barbara e il compagno Luigi Conficconi. Hanno preferito mantenere il riserbo, concedendosi in qualche fugace scambio di battute a distanza con l’imputata. Anche loro, così come la 48enne, vivono ormai da 7 anni un altalena giudiziaria che ha portato lo stesso presidente della corte, Stefano Valenti, a definire il caso come «ben strano».

Questa l’affermazione del giudice in apertura d’udienza, prima di ripercorrere i punti che hanno portato la Suprema Corte ad annullare per la seconda volta l’assoluzione dell’imputata per il decesso di Rosa Calderoni: «Il problema che mi sono posto – ha anticipato il magistrato – è come sia stato possibile essere qui, al sesto grado di giudizio».

Presenti in aula anche le parti civili, Gli avvocati Giovanni Scudellari ed Enrico Caneva per l’Ausl Romagna, e il collega Marco Martines, legale insieme all’avvocato Maria Grazia Russo dei familiari della 78enne defunta.

Tutte le parti, compresi il procuratore generale Luciana Cicerchia e i difensori dell’imputata, Gaetano Insolera e Lorenzo Valgimigli, si sono mostrati disponibili a ulteriori approfondimenti istruttori. «Totale apertura» a nuove consulenze e acquisizioni documentali, hanno ribadito i legali dell’ex infermiera, convinti che «quanto più variegata, completa ed esaustiva sarà la valutazione, tanto più prossimo sarà il traguardo ambito, cioè la definitiva assoluzione delle accuse che ci affliggono da anni».

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