Caso Don Paolo. Andreucci: «Rischio risarcimenti per la diocesi»

«Se le cose stessero come ha detto don Paolo Pasolini durante l’omelia, ci troveremmo di fronte a una pratica criminosa, perché l’interruzione volontaria della gravidanza è lecita soltanto quando la prosecuzione della stessa comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Non è pertanto ammissibile che una gravidanza venga interrotta per utilizzare il feto per finalità di sperimentazione o per produrre vaccini o altri farmaci, peggio ancora se la gravidanza è stata provocata intenzionalmente a tal fine». Prende le mosse da questi paletti il ragionamento di Vincenzo Andreucci, magistrato e punto di riferimento di una parte di quel mondo cattolico spesso critico verso le posizioni ufficiali delle gerarchie ecclesiastiche. Quindi – fa notare – «va innanzitutto stabilito, risalendo alla fonte dell’informazione, se quanto riferito dal parroco è vero o è il prodotto di una “fake news”. E don Paolo ha un interesse particolare a tale verifica, poiché ha addirittura attribuito il comportamento anche a una casa farmaceutica (“Astrazeneca”, ndr), rischiando pertanto una querela per diffamazione, nonché una richiesta di risarcimento danni, che potrebbe coinvolgere anche la diocesi, a causa del ruolo da lui rivestito e dell’occasione in cui le parole in questione sono state pronunciate». Andreucci, ragionando sulle ipotesi a cui ha accennato l’assessore regionale alla Sanità Raffaele Donini, pensa che non siano configurabili i reati di procurato allarme presso l’autorità o di calunnia, mentre «qualche interrogativo potrebbe porsi riguardo all’incidenza del discorso del parroco sull’emotività e credulità delle persone e conseguentemente sul possibile turbamento del processo vaccinale in corso, con riferimento al reato di diffusione di notizie false o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, disciplinato dall’articolo 656 del Codice penale».

Quanto all’ammissibilità dell’utilizzo di linee cellulari derivate da aborti, la riflessione si muove su due binati: «Sotto il profilo giuridico, ritengo si possa sostenere che l’utilizzo dei resti di un aborto, sia spontaneo che procurato legalmente, siano utilizzabili a fini di sperimentazione e produzione di vaccini e farmaci, con due limiti: che vi sia il consenso, formale o ragionevolmente presunto, della donna che ha abortito; che l’utilizzo sia gratuito, analogamente a quanto previsto dalla legge per la donazione di sangue e di organi o per la destinazione del proprio cadavere alla ricerca scientifica. Se sussistono entrambi questi presupposti, l’utilizzo dei resti abortivi per un fine socialmente valido è certamente preferibile al loro invio all’inceneritore». Sul piano etico, fa una riflessione sull’orientamento espresso il 21 dicembre scorso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e citata anche dal vescovo Regattieri: «L’ex Sant’Uffizio compie una serie di distinzioni, riassumibili nell’affermazione di “responsabilità differenziate di cooperazione al male”, come tale intendendo l’interruzione volontaria di gravidanza. Mi sembra tuttavia che, qualora non vi sia stata da parte della casa farmaceutica o del laboratorio di ricerca partecipazione alla preordinazione di una gravidanza o comunque di un aborto, che costituirebbe concorso nel reato, ma semplicemente utilizzo dei resti dell’aborto, non solo non vi sarebbe “cooperazione al male”, ma addirittura tale utilizzo rappresenterebbe il perseguimento di finalità di grande valore per l’intera umanità, come questa pandemia ci aiuta a meglio comprendere».

Infine, un auspicio: «Spero che questa vicenda, in cui si sono mescolati due ingredienti ad alta infiammabilità come l’aborto e le polemiche sui vaccini, non contribuisca ad aumentare la mentalità no-vax. La vaccinazione non è un obbligo ma un dovere civico e morale, per la salute propria, dei propri cari e di tutta la comunità umana. Personalmente – conclude Andreucci – l’ho prenotata per il 21 aprile».

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