Caso “Balla”, la mamma: “La morte di Matteo, è messaggio per tutti”

Confessa di parlare «con la pelle d’oca», con «un’emozione pazzesca» che trapela dalla voce. La voce di una mamma che ancora oggi rivive il dolore più grande, provato ormai cinque anni fa. Sabrina Bacchini, madre di Matteo Ballardini, confida di aver contenuto le speranze in vista dell’udienza in Cassazione per la morte del figlio, frenata dal desiderio di rimanere ancorata alla realtà di una sentenza (quella dell’appello), che era arrivata come uno schiaffo. Quando ieri mattina ha avuto ricevuto il messaggio dell’avvocato Alberto Padovani ha tirato uno sospiro: «Mi ha ridato la spinta e la voglia di combattere. Ho detto, grazie Matteo, forse c’è ancora speranza e giustizia».

Signora Bacchini, era una sentenza a cui sperava ancora?

«La sera prima dell’udienza sono andata da Matteo e ho detto, “Domani è il giorno decisivo, dai una mano tu ai giudici, se decidi che debba finire tutto così sarà il tuo volere, se invece decidi che la seconda sentenza era sbagliata fai andare la cose in maniera diversa”. E così è stato. Giorno e notte ho atteso quel messaggio. Quanto abbiamo parlato con l’avvocato stentavamo a crederci».

Che cosa significa questa decisione per lei e suo marito?

«E’ un passaggio importante dopo le ultime sentenze, significa che il primo capo d’imputazione non era poi sbagliato come diceva la sentenza dell’appello. In questi anni ci sono state assoluzioni per le omissioni nel corso delle iniziali indagini, assoluzioni per le dosi di metadone uscite dal Sert, la riqualificazione dei reati per quei ragazzi che hanno visto mio figlio morire. Da una parte mi dicevo, finalmente finirà tutto. Ma sarebbe stato il colpo di grazia».

Di anni, da quella tragica notte, ne sono passati cinque. Come si sente oggi?

«Felice, soddisfatta, contenta per tutte persone che ci credevano, il pubblico ministero Marilù Gattelli, l’avvocato Alberto Padovani. Siamo ancora indietro, ma già annullamento della Corte suprema è qualcosa. Non mi ridarà certo mio figlio, ma ora mi sento come quando fai una salita infinita e dopo avere preso fiato cominci a vedere il traguardo e tiri un sospiro di sollievo. E vorrei urlarlo al mondo».

Come pensa che venga interpretata questa vicenda che continua a riverberarsi, dai ragazzi che oggi hanno la stessa età che aveva Matteo?

«È un messaggio. Ovunque vado, tutti, mi ricordano Matteo. Quel che gli è successo spero serva ad affrontare un problema diffuso tra i ragazzi che non hanno autostima, che si rifugiano nella droga. La storia di Matteo quando sarà finita, se lo sarà, non è la semplice storia di un delitto. Ha coinvolto troppe persone, i ragazzi, la dottoressa assolta…è una storia che deve rimanere, e una sentenza non può dire che non è successo niente».

Un messaggio anche per gli stessi imputati?

«Certo, anche per quei ragazzi che hanno fatto una cazzata enorme, troppo grande, troppo crudele. Troppo tutto, come il tempo che hanno passato guardando Matteo morire».

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