“Carne Frankenstein” sfruttando i feti delle mucche: verità e menzogne sulle bistecche sintetiche

Carne non carne. Una manna per chi vorrebbe limitare o eliminare il consumo di prodotti animali, ma alla bistecca o all’hamburger non sa rinunciare. Il marketing vorrebbe presentarlo come un cibo sostenibile, che promette di essere la risposta ai bisogni nutrizionali della popolazione mondiale in continuo aumento. Ma è tutto oro quel che luccica? Forse non proprio. Per chi spera che la carne artificiale permetta di eliminare dalle tavole l’uso della carne animale, ci sono brutte notizie. Ai vegetariani o vegani non farà piacere sapere che Coldiretti definisce “Frankenstein” perché viene fabbricata «sfruttando i feti delle mucche poiché per la produzione serve siero fetale bovino per la coltura a base di cellule staminali di vitello». E a chi dice che la carne artificiale dovrebbe eliminare l’insostenibilità ambientale degli allevamenti di animali per uso alimentare, Coldiretti risponde che la produzione in laboratorio di carne consuma più acqua e energia della maggior parte degli allevamenti tradizionali e il suo impatto ambientale a lungo termine provocherebbe un maggior riscaldamento globale, secondo un recente studio condotto da un gruppo di scienziati della Oxford Martin School. Inoltre, gli scarti di produzione sono anche altamente inquinanti per le risorse idriche, come riscontrato dall’Inra French Institute for Agricultural Research.

Anche aspettarsi che la carne artificiale sia più sana rispetto all’utilizzo di carni rosse potrebbe rivelarsi fallace. A riguardo i dubbi sono molti. Per quel che c’è e per quel che non c’è. Da un lato il processo di produzione della carne artificiale coinvolge un alto tasso di proliferazione cellulare, che può indurre instabilità genetica delle cellule e, inoltre, sempre secondo l’associazione di categoria, non ci sono garanzie sulla sicurezza nel consumo alimentare continuativo dei prodotti chimici necessari per la coltura cellulare alla base di questi prodotti. D’altro canto, non va sottovalutato il rischio di carenze nutrizionali associate al mancato consumo di proteine animali che, se non ben compensato, può danneggiare la salute invece di migliorarla. E il miraggio di un cibo che possa sfamare i miliardi di abitanti della terra, accessibile e disponibile a tutti? Al momento sembra più un affare per pochi che un cibo accessibile a tutti, almeno secondo Coldiretti. La tecnologia per questa produzione, con l’utilizzo di bioreattori, ha costi di ingresso elevati e rendimenti di scala crescenti e, quindi, per renderla economicamente sostenibile saranno necessari monopoli di gestione. A discapito di piccoli produttori e consumatori. Sembra più un affare per ricchi e per i grandi investitori dell’high-tech. Solo nel 2020 sono stati raccolti 366 milioni di dollari investiti nel settore della carne artificiale. Negli ultimi 5 anni (2016-2020) gli investimenti sono cresciuti di circa il 6000%.

La carne artificiale non è carne, ma un prodotto sintetico e ingegnerizzato. Non è “carne coltivata”, non c’è nulla di naturale – ribadisce Coldiretti – e si tratta di produzione sintetica a partire da strisce di fibra muscolare che crescono attraverso la fusione di cellule staminali embrionali. Qualcosa di molto lontano dal concetto di cibo e di sicuro molto lontano da una crescita “naturale”. «Le bugie della carne in provetta confermano che dietro i ripetuti e infondati allarmismi sulla carne rossa c’è una precisa strategia delle multinazionali che con abili operazioni di marketing puntano a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione. – spiega Ettore Prandini, presidente di Coldiretti – Senza dimenticare che l’attività di allevamento non ha solo una funzione alimentare ma ha pure una rilevanza sociale e ambientale perché quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere, spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado dei territori soprattutto in zone svantaggiate».

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