Massimo Dapporto a Cesena con “Il delitto di via dell’Orsina”

Il teatro Bonci di Cesena ospita l’ultimo spettacolo di prosa della stagione, da stasera alle 21 a domenica 10 aprile. Va in scena “Il delitto di via dell’Orsina” (L’Affaire de la rue de Lourcine), commedia francese per la prima volta rappresentata in Italia, del drammaturgo parigino Eugène Labiche (1815-1888) specialista del vaudeville. Il progetto è di Andrée Ruth Shammah, nota regista e direttrice artistica del teatro milanese “Franco Parenti”. Shammah ha curato adattamento e traduzione con Giorgio Melazzi di un intrigante testo di umorismo nero a sette personaggi, che ha come protagonisti Massimo Dapporto, Antonello Fassari, Susanna Marcomeni. È una storia densa di intrecci, di equivoci, fino al colpo di scena finale. Dapporto (1945) torna al Bonci 33 anni dopo (marzo 1989) da “Mercanti di bugie” di Mamet e dopo “Lorenzaccio” (1976) di de Musset. In realtà ha conosciuto il teatro cesenate molto tempo prima, quando passava a salutare il padre Carlo, famoso attore italiano. È così Dapporto?

«Sì, ricordo che al Bonci venivo da ragazzo, durante le vacanze da scuola per vedere mio padre; allora era sempre in tournée, così mia mamma ed io lo raggiungevamo».

Come è invece arrivato alla commedia di Labiche?

«Mi è stata proposta da Shammah. Mi vide in “Un borghese piccolo piccolo” e in camerino mi disse: noi due dobbiamo assolutamente lavorare insieme. Conoscevo l’autore di cui anni fa avrei dovuto portare in scena “Il cappello di paglia di Firenze”, così eccoci insieme in questo spettacolo riuscito».

L’incipit parla di due uomini, uno nobile ed elegante (Dapporto), l’altro rozzo e volgare (Fassari) colpevoli, pare, di un omicidio.

«Tutto parte da un malinteso che scatena una serie di equivoci. Il pubblico inizialmente rimane un po’ spiazzato, fino alla rivelazione finale. La regista l’ha trasposto negli anni Quaranta del ’900, ma la critica all’alta borghesia di Labiche resta efficace; descrive persone disposte a tutto pure di salvare la pelle, anche a uccidersi. Il pubblico si ritrova nei personaggi, si diverte, e poi dura solo un’ora e venti».

Come si è trovato con Shammah, regista di lunga esperienza dallo stile elegante?

«Lei mi ha insegnato a non calcare troppo la mano sulla comicità in quanto la battuta, se detta bene anche senza “pigiare”, arriva naturalmente. Mi ha ripulito di alcuni eccessi. È una regista molto puntigliosa, precisa, sempre alla ricerca di nuove modalità interpretative, si lavora tanto nelle prove, però i risultati ci sono. Qui abbiamo una comicità di testa non di pancia».

Spesso per le commedie si fa ricorso ad autori stranieri, sono migliori?

«In realtà penso che soffriamo un po’ di esterofilia, forse l’autore italiano sembra troppo a portata di mano, o non ci si crede. Invece abbiamo bravi commediografi, penso a Giuseppe Manfridi, a Umberto Marino, a Gianni Clementi con cui ho interpretato un testo veramente bello (Ladro di razza, ndr)».

Come si è trovato con Fassari, attore noto più al cinema e in tivù?

«Molto bene. Anche se il grande pubblico l’ha conosciuto per la serie popolare dei “Cesaroni”, Antonello vanta molte esperienze teatrali. Entrambi abbiamo frequentato la stessa Accademia Silvio D’Amico, perciò abbiamo una preparazione analoga».

Pure figlio d’arte, lei è riuscito a crearsi un percorso proprio.

«Mi è stato riconosciuto che non sono cresciuto sotto l’ala paterna, ho fatto una lunga gavetta, passando da prosa al cabaret all’operetta al doppiaggio; poi nel 1992 ho avuto la fortuna di girare la fiction “Amico mio” e da quel momento mi è cambiata la vita. Mi dispiace soltanto che non avrò una continuità nell’arte attoriale; mio figlio Davide cura regia e sceneggiatura ma non recita, spero nei figli dei figli di mio fratello».

Suo padre desiderava un figlio attore?

«No, rimase deluso e preoccupato della mia scelta. Mi diceva: tu non sai a cosa vai incontro! Io gli risposi: papà ho un cognome importante, devo portare il mio nome all’altezza del cognome, altrimenti mi diranno sempre che sono il figlio di Carlo Dapporto».

Durante il lungo stop dai teatri ha cullato nuovi interessi?

«Amo cucinare, ma in quel periodo ho cominciato anche a scrivere. Ogni giorno scrivo un racconto sulla storia di un’anima che, uscita da un corpo cadavere, continua a esistere. Racconta le esperienze che le sono capitate, relative alle persone nelle quali è entrata in forma di spirito. È divertente, cercherò di pubblicarlo. E magari ne ricavo un monologo teatrale». Info: 0547 355959

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