Caritas, tutti in fila per un pasto caldo da mangiare al freddo

I pacchetti di carta coprono quasi per intero due lunghi tavoli. Sono i packet lunch destinati alle persone che si sono “guadagnate” il tesserino della Caritas per usufruire di quello che prima del Covid era il servizio mensa. Il Covid ha cambiato anche questo. Prima si mangiava al caldo, in una sala che poteva contenere fino a 110 o 120 persone al giorno, accomodati in piccoli tavolini da 4 persone. Ora si mangia al freddo, seduti sui gradini esterni della struttura diocesana di via Madonna della scala, oppure nei giardini pubblici lì intorno. E proprio il Covid, che con una forza devastante si è fatto largo sconvolgendo la quotidianità di tutti, ha ingrossato le file delle persone costrette a rivolgersi alla Caritas per un pasto caldo, e gratis.

In fila per il suo “pane quotidiano” c’è anche lui, un uomo italiano dall’accento meridionale di 67 anni, che racconta di aver lavorato per molte estati come cuoco stagionale in un ristorante della riviera. Il Covid, però, quel lavoro gliel’ha portato via. «Quest’anno non ho mai lavorato, sono rimasto senza soldi, ma dovrebbe arrivarmi tra poco la prima pensione – racconta – prima vivevo in un residence, e adesso sono ospite in una struttura della Papa Giovanni. Ma non ho una casa mia, sono solo, vorrei tanto avere una compagna, ma come faccio, senza nemmeno un tetto sopra la testa?». Nonostante le avversità, l’uomo non è rassegnato, e parla speranzoso della prospettiva di ricevere, in tempi non troppo lunghi, l’assegnazione di una casa popolare. «Sono 50 anni che lavoro, e non posso neanche prendere il Reddito di cittadinanza, perché ho lavorato fino a un anno fa, risulta che ho pagato i residence, che valgono come alberghi, per cui solo la casa popolare mi aiuterebbe a “restare a galla” e rifarmi una vita». La speranza più grande, però, è quella di ricominciare a lavorare, una volta passato l’uragano Covid. «Sono ancora in grado di cucinare, – ribadisce – e anche di trovarmi una compagna».

Tutti in fila

Dietro a Luigi, si muove lenta la fila di ragazzi, adulti, anziani, soprattutto uomini, ma anche donne, quasi tutte dai lineamenti caucasici e l’accento dell’Est, che si avvicinano al banchetto sopra il quale si trova il pc per registrare gli accessi. Al tavolo è stato applicato un separé di plexiglass per proteggere l’operatore Caritas dal contagio. Utile, perché non tutti gli utenti indossano la mascherina. Alcuni ce l’hanno abbassata, altri non la portano proprio, a volte perché già evidentemente ubriachi alle 11.45 del mattino, oppure perché vivendo in strada non sono riusciti a procurarsela. Tra le persone in fila ci sono uomini arabi, ragazzi africani, signori dell’Est Europa, ma anche qualche uomo anziano italiano, e un paio di donne che si sono rivolte all’operatore rivelando una inflessione dialettale locale. «Li conosciamo praticamente tutti – racconta l’operatore – vengono quasi tutti i giorni, sappiamo chi è più tranquillo, chi è più nervoso, chi di solito è arrabbiato, chi a volte trova pretesti per mettersi a questionare, e chi invece ha sempre una parola di ringraziamento». «Con tutti però – aggiunge – cerchiamo di scambiare quattro chiacchiere e di mantenere un rapporto umano».

Dalla sala attigua allo “sportello” a piano terra in cui vengono impacchettati i packet lunch arriva odore di vongole, perché ogni tanto il menù della mensa della Caritas lo prevede: insieme alle verdure e alla carne, anche gli spaghetti con quelle che a Rimini si chiamano “poveracce”. «Oggi abbiamo il pesce» dice un altro signore, albanese, che racconta di essere in Italia da molti anni, e di aver vissuto a Firenze, dove ha ancora la residenza. Con gli occhi lucidi, racconta di essere senza lavoro, e «sì, vivo per strada», dice, allargando le braccia e abbassando lo sguardo. «E’ dura, ma come posso fare». L’italiano è un po’ stentato, ma si fa capire. «Prima lavoravo, facevo il corriere per i rifornimenti alimentari dei ristoranti, ma poi mi hanno lasciato a casa, per colpa del Covid». Il suo auspicio per il 2021, è di riuscire a ricominciare a lavorare. Dopo di lui, una donna che spiega di essere arrivata in Italia dal Brasile nel 1997, ammette di avercelo ancora un lavoro, anche se per colpa del coronavirus si è ridotto parecchio. «Faccio la prostituta – dice senza nascondersi – in qualche modo devo mangiare, e pagarmi l’affitto del residence, sennò come faccio?». Nel suo caso, il Covid non le ha portato via tutti i clienti, ma «sono molti di meno, e io guadagno meno». «E quindi adesso sono qui, – aggiunge la donna, continuando a sorridere come ha fatto per tutto il tempo – in Caritas. Almeno un pasto ce l’ho assicurato».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui