Cappanna, campione non vedente: «Sogno le paralimpiadi di Tokyo»

Ci sono momenti nella vita in cui vivere diventa un’impresa, quando attorno a te il mondo si muove mentre tu sei fermo, quando il tuo presente sembra un buco nero che fa un sol boccone del tuo passato e del tuo futuro. Finché un giorno la fame di niente cessa e inizia la sete di tutto, trasformandoti in qualcosa di nuovo. In un modello, un esempio, un’ispirazione costante e un grande atleta. Per Loris Cappanna quei momenti sono durati interi anni, un’infinità da cui il 48enne di Forlimpopoli è riemerso prima di tutto grazie a se stesso, ma anche grazie alla tremenda forza dello sport che potrebbe portarlo passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, dal divano di casa a Tokyo 2021. L’atleta paralimpico non vedente, campione mondiale in carica di duathlon sprint, ha infatti messo nel mirino i giochi olimpici in terra nipponica per i quali, se i risultati delle prossime gare saranno ritenuti convincenti, potrebbe essere convocato per competere nel ciclismo.

Loris, cosa l’ha fatta alzare da quel divano?

«Nel periodo di massimo buio della mia vita ascoltavo le Paralimpiadi del 2012, nelle quali atleti con la mia stessa disabilità o con una disabilità anche peggiore portavano a casa grandi successi. Anzi, già essere lì rappresentava per loro un grande traguardo. Insomma, in quei giorni arrivò la scintilla per farmi alzare dal posto in cui passavo giornate intere, mi sono detto che se quelle persone sono riuscite a mettersi in discussione e reinventarsi potevo farlo anch’io. Da lì il semplice uscire di casa si è trasformato da necessità a normalità».

Nei primi anni 2000 le viene diagnosticata una malattia congenita agli occhi, nel 2009 perde ogni speranza di tornare a vedere, poi la svolta: quanto è stato importante lo sport per aiutarla in questa rinascita?

«Ha avuto una forza immensa. Ho sofferto di depressione e la patologia arriva a farla da padrona: ho subito 17 interventi agli occhi e passato dieci anni di inferno totale in cui ho trascorso quasi più tempo in ospedale che a casa. Un periodo terribile nel quale ogni volta, dopo ogni operazione, avevo la speranza che fosse la volta buona, invece la volta buona non è mai arrivata. A quel punto pensi che tutto quello che hai fatto non sia servito a niente, poi è arrivato lo sport. All’inizio era una necessità: ero salito oltre i 100 chili di peso, passavo le mie giornate dividendomi tra divano e letto, rifiutavo ogni comunicazione interna ed esterna anche in famiglia. Serviva resilienza ed eccola: è lo sport la mia resilienza, la mia nuova chance. È un modo per ricercare comunicazione, condivisione, aggregazione. Cose che avevo ormai rifiutato. Al di là di quello che ho vinto, con lo sport ti senti anche accettato: prima mi sentivo diverso, ora mi sento uguale agli altri. E le cose negative aiutano a crescere, anche loro mi hanno fatto diventare ciò che sono

oggi».

Sta continuando a svolgere un’intensa attività informativa in scuole e università su disabilità e sport. Su cosa fa più leva nelle sue testimonianze?

«Spiego sempre che la vita va avanti nonostante le difficoltà e che le disabilità possono diventare le nostre più grandi abilità. Solitamente spiego che la disabilità non deve essere recepita come messaggio negativo, che la si abbia o meno. Anzi, invito sempre ad avvicinarsi il più possibile alle persone con disabilità perché spesso si sentono diverse in quanto vengono giudicate con gli occhi dell’ignoranza, proprio nel senso di ‘ignorare’. Invece basta avvicinarsi, è sufficiente anche un piccolo gesto come una pacca sulla spalla. Si deve instaurare un dialogo e far sentire queste persone accettate, perché la disabilità porta sia a non accettarti che a non essere accettato. Lo sport per noi disabili ha una grande forza perché permette a persone chiuse in casa di uscire, ma non possiamo fare da soli. Nel mio caso serve essere accompagnati da atleti-guida e bisogna essere disponibili a farlo anche e forse soprattutto a livello umano».

Il suo motto recita :“Non ho paura del buio”. Come lo si sconfigge?

«Scoprendo l’abilità per trasformare la tua condizione in un punto di forza. Reinventandosi senza mai arrendersi. Avendolo sperimentato posso dirlo: arrendersi è la cosa più facile. Ma la disabilità non deve essere un punto di resa, si deve cercare ogni giorno una motivazione per trovare, anzi per ritrovare il sorriso».

Esce di casa, inizia a correre, poi a nuotare e ad andare in bici, unendole nel triathlon o nel duathlon, passando anche per atletica leggera e judo paralimpico. Ha una capacità di porsi degli obiettivi e di superarli non comune, come ci riesce?

«Ogni giorno per me è una riscoperta. Fin dal primo chilometro corso ho provato una sensazione incredibile, ma non mi basta, cerco sempre nuovi obiettivi. Perché ci vuole tanta fatica per alzarsi dal divano ma ce ne vuole almeno altrettanta anche per mantenere il livello che hai raggiunto, e ogni step è stato per me un modo per scoprire una nuova inaspettata forza. Faccio l’esempio del nuoto: quando sono sott’acqua oltre a non vederci non ci sento, è stata un’emozione forte, in mare aperto sei in un ambiente ostile e tutt’altro che comodo. Sono stato anche incosciente, a dirla tutta, ma è stato bellissimo. Quindi, se aiuta a stare bene, cerchiamo di essere tutti un po’ incoscienti. Sprovveduti no, ma incoscienti sì. Se mi sorprendo di tutto questo? Io mi sorprendo ogni giorno dei miei nuovi step, da quella prima corsa è stato tutto inaspettato. Tutto con sempre ben in mente quel divano, perché è da lì che sono partito e lo ricordo sempre per restare con i piedi per terra»».

Se diciamo 28 aprile 2019 cosa le viene in mente?

«Il mondiale di duathlon sprint vinto a Pontevedra, in Spagna. Un’emozione unica, indescrivibile. Già pensare di prendervi parte mi sembrava improponibile. Partecipare con la maglia azzurra e addirittura vincerlo è stato il coronamento di un sogno, un obiettivo impensabile da realizzare ma realizzato con estrema gioia, l’apoteosi della mia carriera sportiva».

Come si sta preparando per riuscire ad arrivare a Tokyo?

«La mia giornata tipo è fatta da almeno 5 ore al giorno di allenamenti, le domeniche e le festività sono per me come tutti gli altri giorni. Sono seguito costantemente da uno staff tecnico composto, tra gli altri, da allenatore, nutrizionista e fisiatra: insomma, le mie giornate sono scandite dalla loro preparazione e dalla loro grande competenza, dietro la mia attività ci sono studi di persone altamente qualificate. A seconda del tipo di gara da preparare corro o vado in bici, altrimenti mi dedico più a esercizi di rafforzamento muscolare alternando la parte dinamica alla componente legata allo stretching».

Quanto è concreta la possibilità di andare ai giochi?

«Mi sto allenando per andarci ma non mi sbilancio: l’11 aprile prenderò parte ai campionati italiani di paraciclismo a Massa, in seguito disputerò un altro paio di gare spalmate tra maggio e giugno, con anche eventi di Coppa del Mondo che possono dare il pass per Tokyo. Servirà tanta costanza, poi le scelte del caso spetteranno al Commissario Tecnico. L’idea è di competere nel ciclismo, forse anche nell’atletica leggera se dovesse sbloccarsi qualche gara di qualifica. Lo slittamento di un anno dei giochi non è stato un problema: certo, ero pronto mentalmente per cercare di qualificarmi ma non c’era il contesto adatto per farli disputare ed è stato giusto il rinvio. All’inizio potrò non averla presa benissimo ma alla fine mi è servito perché sono ulteriormente migliorato e darò tutto per coronare anche questo sogno».

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