RIMINI. C’è un pezzo di Romagna tra i navigatori solitari iscritti nel registro storico dell’International Association of Cape Hornes. L’elenco è stato pubblicato il 29 ottobre (http://covarimail.com/IACH/solo_nonstop.lasso) e tiene conto di quanti hanno doppiato Capo Horn in solitario durante il giro del mondo in solitaria effettuato a tappe o senza scalo. I nomi sono circa trecento. Fra questi solo cinque italiani: Ambrogio Fogar, Giovanni Soldini, Simone Bianchetti, Pasquale De Gregorio e Alessandro Di Benedetto. Bianchetti (scomparso per un improvviso malore a soli 35 anni nel 2003), prima di solcare gli oceani, era nato e cresciuto a Cervia e usava la barca a vela anche per andare a scuola. De Gregorio, che oggi vive nei pressi di Otranto, ha vissuto per dodici anni a Rimini dove è passato tante altre volte sin da quando partecipava a regate come la Rimini-Corfù-Rimini e dove ha tantissimi amici che lo hanno sostenuto e incoraggiato nelle sue imprese.

 

 Per quegli strani scherzi del destino proprio mentre i paesi europei si apprestano a nuovi lockdown anti-covid, in Francia, a Les Sable d’Olonne domenica 33 velisti partono per il giro del mondo in solitaria senza assistenza e senza scalo, la Vendée Globe. Un’avventura che li terrà lontano da terra per 3-4 mesi alla quale prende parte anche l’italiano Giancarlo Pedote.

«Capo Horn? È stata una boa importante del mio giro del mondo», spiega De Gregorio, che partecipò all’edizione 2000-2001 della Vendée Globe all’età di 59 anni. La sua barca arrivò all’appuntamento con diverse avarie, dopo diversi “coricate” provocate da una tempesta e senza avere più la disponibilità delle previsioni meteo. «Ero in una situazione conservativa. Girai all’esterno delle Diego Ramirez, lontano rispetto a Capo Horn per evitare i problemi delle onde che si formano in corrispondenza della piattaforma continentale». In quella zona, infatti, il moto ondoso è tra i più pericolosi: le perturbazioni non incontrano ostacoli, gli oceani Atlantico e Pacifico si incontrano con le acque dell’Antartico e il movimento del mare si scontra con la piattaforma continentale americana generando onde irregolari e spesso frangenti.

Il saluto dal faro

«Passai quindi molto al largo del Capo… Attorno a mezzanotte chiamai via radio l’uomo addetto al faro per dare nome della barca e posizione come previsto dalle regole della regata. Seguì una pausa e poi la voce che mi salutava “Don Pasquale!”… Avevo rimandato la cena fino a quando non mi fossi trovato al ridosso dell’America meridionale con un’onda amica. Così alle due di notte mangiai e fumai l’ultimo mezzo toscano che era rimasto. Provai la sensazione di essere tornato nei mari di casa!».

Nella stessa edizione della Vendée, da Capo Horn era già passato Simone Bianchetti. Il navigatore romagnolo è stato il primo italiano a completare il giro del mondo senza scalo e senza assistenza. «Prima della partenza della regata», ricorda De Gregorio, «eravamo presi dai preparativi per cui ci eravamo limitati a pochi scambi… ma dopo l’arrivo, anche grazie alla comunanza dell’esperienza vissuta, era nata tra noi una bella amicizia che si è estesa poi anche ai familiari. Aveva una grande forza esterna, non era sempre disponibile, ma quando si toglieva la “corazza” era una persona squisita e sensibile, come i suoi scritti hanno dimostrato».

L’energia “bestiale” di Simone

Giovanni Soldini, oggi impegnatissimo col trimarano Maserati con il quale ha appena vinto la Middle Sea Race, da Capo Horn è passato più di una volta.

«Per me è stato un traguardo che ho avuto per tutta la vita e in equipaggio sono riuscito a passarlo anche controvento che è stata la volta più tosta! All’epoca dei clipper c’era anche chi dopo mesi di tentativi rinunciava e preferiva fare il giro del mondo!».

Anche Soldini ha un bel ricordo di Bianchetti. «Era uno di cuore, un super istinto con un’energia bestiale che strabordava e coinvolgeva tutti. Il mio più bel ricordo è in una traversata, credo nel ’94… Stavamo attraversando l’Atlantico per andare a fare la Boc Challenge. Non sapevamo di essere partiti quasi assieme. Lo scoprimmo grazie a Pierluigi Zini, radioamatore di Russi che teneva i contatti con i navigatori oceanici (l’”angelo custode dei velisti”, ndr). Pochi giorni dopo, quando ci incontrammo, lui che aveva degli interni “lussuosi” rispetto ai miei, mise su la moka e preparò il caffè. Lo mise in una tazzina, la chiuse con del nastro isolante, la infilò in una calza e me la lanciò. Non se ne perse una goccia….».

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