“Cani memorabili” nella storia dell’arte

Sono tantissimi i cani nella storia dell’arte. E grazie all’idea di Gianluca Puliatti, essi si raccontano nelle pagine di “La mia storia nell’arte. Ritratti di cani memorabili”, il nuovo libro pubblicato dalla casa editrice riminese Nfc, scritto a ben otto mani da Lia Celi, Sabrina Foschini, Alessandro Giovanardi e Massimo Pulini, artisti, scrittori, critici d’arte romagnoli con la comune passione per i cani. Il libro propone una carrellata dedicata al migliore amico dell’uomo, che nell’arte ha svolto, sin dai tempi della pittura rupestre, un ruolo di primo piano.

«Da millenni accanto al cacciatore raffigurato o graffito sulle pareti rocciose compare il cane, l’altro polo di una alleanza indissolubile tra due animali che hanno scelto di percorrere insieme la loro strada su questa terra», scrive Sabrina Foschini.

Tutti conosciamo alcuni cani celebri: Argo, il cane di Ulisse, Cerbero, mitologico mostro a tre teste e guardiano infernale, Anubi, divinità egizia zoomorfa… Ma sono tantissimi i quadri dove questi animali sono diventati i protagonisti assoluti della scena: ci sono gli splendidi bassotti di David Hockney, dipinti centinaia di volte, tanto da meritarsi un libro dedicato loro dal padrone, “Dog Days”; c’è Pinky, la piccola levriera ritratta da Lucian Freud dormire teneramente accanto a Marjan in “Doppio ritratto”; Archie, il bassotto che Andy Warhol portava con sé a feste, spettacoli, mostre e che durante le conferenze stampa voleva rispondesse lui alle domande: «Chiedete ad Archie». E poi Xolotl di Frida Kahlo, la piccola Tama ritratta da Édouard Manet, il cocker spaniel di Courbet…

All’interno del libro si troverà un vero e proprio percorso che attraversa la storia dell’arte passando per una selezione dei ritratti canini più celebri. La scelta delle tele è frutto della passione degli autori, che vanno dal quattrocentesco “Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo” di Piero della Francesca fino al novecentesco “Dog painting 19” di David Hockney.

Sfogliando “La mia storia nell’arte” si incontrano tante storie, diverse e straordinarie, ognuna dedicata a un cane con una precisa identità e all’artista che lo ha dipinto.

«Ognuno di loro ha una storia da raccontare. Quindi perché no? Perché non cercare queste tracce nel mondo dell’arte che, grazie al mio lavoro, mi tiene compagnia tutti i giorni? Il cane nell’arte è infatti l’essere vivente maggiormente rappresentato, dopo l’uomo. Anche se con qualche difficoltà, data dall’enorme quantità di materiale sul tema, è nata in me la curiosità di conoscere chi si nasconda veramente in quei ritratti meravigliosi di cui la pittura è ricca» scrive Gianluca Puliatti nelle prime pagine.

Il libro è ancora più interessante se si considera il punto di vista adottato: a narrare le storie sono gli stessi animali. Attraverso la finzione letteraria gli autori si immedesimano di volta in volta nei levrieri, bassotti, cuccioli che hanno segnato l’arte pittorica. Colpiscono i cani di Sigismondo Pandolfo Malatesta ritratti insieme a lui da Piero della Francesca nell’affresco del Tempio Malatestiano di Rimini, due fedeli levrieri, uno bianco, l’altro nero; oppure il cane dipinto da Agnolo di Cosimo detto il Bronzino, nel “Ritratto di Guidobaldo della Rovere Duca di Urbino”, la cui razza oggi non esiste più: nel racconto, il cane osserva amareggiato la sua stirpe dissiparsi; colpisce lo sguardo penetrante – “in macchina” in gergo cinematografico, come scrive Foschini – del cane nero di Gustave Courbet, che si sente una sola cosa col padrone, tanto da parlare anche per lui, usando la prima persona plurale per tutto il racconto. Nelle pagine introduttive, Foschini riassume il tentativo del libro, scrivendo che «per il cane è stato coniato un motto, che in questo libro proveremo a ribaltare, ovvero: “L’uomo è il migliore amico del cane”». Di certo, i quattro autori ci sono riusciti.

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