Come cambierà il mondo dopo l’esperienza della pandemia? Come questa ha cambiato, insieme alle nostre vite quotidiane, anche il volto delle città e i più stretti rapporti di vita?
Abbiamo rivolto queste domande a tre noti fotografi e artisti visuali che hanno trovato risposte con i loro più recenti progetti: Silvia Camporesi (“Il mondo che verra”), Matteo Bosi (“Torneremo domani”) e Chiara Medici (“Almost married”).
Autrice nel 2018 del libro fotografico “Il mondo è tutto ciò che accade”, la forlivese Silvia Camporesi ha preso parte al progetto di visioni che provano a pensare e immaginare “Il mondo che verrà”, promosso da “IL”, mensile del Sole 24 Ore, in collaborazione con il Mudec Photo di Milano. Progetto digitale e visitabile online che ha coinvolto 50 fotografi internazionali tra vincitori del World Press Photo e grandi interpreti della moda e artisti dello still life. Tra questi Giovanni Gastel, Rankin, Christopher Morris, Ron Haviv e anche un inedito Paolo Nespoli (“All’orizzonte c’è luce, ci aspetta un nuovo domani›”).
Camporesi, in che maniera i vari autori rappresentano «con audacia, utopia e attesa» il dopo pandemia?
«Ne “Il mondo che verrà” c’è una mia immagine sola, una fotografia di una mappa-puzzle dell’Italia, con la quale ho voluto rappresentare la condizione del nostro Paese in questo momento difficile. Qualcosa di luminoso e colorato, ma disgregato, instabile. Penso che ogni autore abbia dato il proprio punto di vista cercando di rappresentare il momento in tutte le sue declinazioni e difficoltà. L’arte è stata in questo periodo un grande strumento di autodifesa, di reazione nei confronti del dramma che stiamo vivendo››.
C’è chi all’esigenza di trovare risposte ha risposto ideando un progetto di “fotografia partecipativa” come Chiara Medici con “Almost married”. La fotografa riminese, già assistente di camera oscura del fotografo Peter C. Cook all’Art Council di Princeton, racconta questo tempo pandemico attraverso le parole e i volti delle coppie che si sarebbero dovute sposare. E che a causa dell’emergenza hanno dovuto rimandare i festeggiamenti del loro matrimonio. Tutte le foto si possono trovare sulla pagina Facebook di “Almost married project”.
Medici, perché “fotografia partecipativa”?
«Partecipare è molto semplice e gratuito. Attraverso lo schermo del loro cellulare, i futuri sposi si trasformano in fotografi, diventando il prolungamento dei miei occhi, delle mie gambe e delle mie mani visto che saranno proprio loro a sistemare il cellulare, con il mio aiuto, in modo da catturare una bella luce e un’inquadratura piacevole. Ai futuri sposi verranno regalate le foto scattate insieme come ricordo di questa esperienza».
Un progetto cha ha anche uno sfondo storico-sociale.
«Sì, esatto. Il mio è un invito a incanalare tutte le frustrazioni che questo momento così difficile ha portato con sé in un progetto comune che possa arrivare a essere una documentazione significativa non tanto per il singolo ma per l’intera comunità. Un’altra grande sfida per me è quella di riuscire a raggiungere il maggior numero di coppie possibile, affinché il progetto assuma la rilevanza necessaria per diventare una documentazione storica di questo periodo extra-ordinario. Poi ci sono anche aneddoti curiosi, come quello di alcune coppie che hanno deciso di far incidere sulle loro fedi due date, quella scelta originalmente e quella vera e propria. Altri che si sono visti coinvolti in vere e proprie celebrazioni online attraverso le ormai ben note videochiamate Zoom con tanto di amici vestiti da preti e invitati eleganti. È proprio attraverso tutte queste mini storie private e personali che si compone la storia con la “S” maiuscola».
Matteo Bosi di Pixel Planet e Marco Zavalloni dello Studio Hazo, con il patrocinio del Comune di Cesena, hanno realizzato e donato il video “Ritorneremo domani”. Il filmato mostra Cesena nella veste insolita data dal lockdown. La colonna sonora è del musicista Davide Bosi, mentre le immagini in chiusura sono di Matteo Santi e Marco Zavalloni.
Bosi, quale è stata l’immagine di Cesena al tempo del Covid19?
«Nel video abbiamo voluto far sentire i suoni della città, come riempiendo un’assenza con il suono della vita quotidiana: il traffico, i supporter allo stadio, i bambini nei parchi, tutto all’interno di uno spazio incredibilmente deserto. Tutto questo è diventato una sorta di rapporto con la memoria nostra e collettiva. Lavorando alle riprese anche usando un diaframma molto più chiuso perché vedevamo un cielo moto diverso (magari a causa della diminuzione dello smog). Riprese fatte, oltre che grazie a un drone, portando noi le camere quasi fino a terra o ad altezza d’uomo, volendo rendere l’idea di raccontare, andando in cammino dal centro alle periferie vuote. Una chiave per proiettarsi, per ritrovare un nuovo modo di stare insieme, un modo di vivere da immaginare come possibile nel futuro. Abbiamo avuto decine di migliaia di visualizzazioni. Forse anche il nostro video diventerà documento di un momento storico della città e della sua “assenza”, di ciò che siamo stati e ciò che vogliamo tornare a essere››.

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