Campanale a Cesena con il suo “Romeo e Giulietta” poliglotta

L’amore eterno e disperato di Romeo e Giulietta riprende corpo e vita sul palcoscenico del teatro Bonci di Cesena. Con una Giulietta italiana e un Romeo rumeno che, nella propria lingua, si giurano eterno amore, mentre il dramma di Shakespeare è narrato anche in inglese. È una delle novità del “Romeo e Giulietta” di Michelangelo Campanale (1969), coproduzione della sua compagnia La Luna nel Letto, di Teatro Excelsior di Bucarest e di Emilia-Romagna Teatro; debutta in prima nazionale stasera alle 21, fino a domenica 12 febbraio ore 16.

L’amore puro distrutto dalla cattiveria di due famiglie antagoniste è narrato in tre lingue da tredici attori, 6 italiani e 7 rumeni. Li ha scelti il regista pugliese che, dopo una formazione artistica, si è fatto le ossa nel teatro come tecnico, scenografo, light-designer, costumista, attore e regista. Esperienze in compagnie della sua Puglia come il Kismet di Bari, poi un’attività intensa nel teatro dei più giovani con la sua compagnia di Ruvo di Puglia, premi e riconoscimenti e il desiderio di realizzare spettacoli trasversali capaci di arrivare a tutti.

Campanale, cosa l’ha spinta alla scelta di due amanti di due paesi e lingua diversi?

«L’idea del progetto è nata a Bucarest quando presentammo il nostro spettacolo “Cinema Paradiso” al teatro Excelsior. Da anni pensavo a “Romeo e Giulietta” e ho proposto loro una coproduzione. Poi, facendo i provini agli attori rumeni, mentre li ascoltavo nella loro lingua, pur non capendo sentivo che mi arrivava tutto, come una musica. Così ho pensato che poteva essere interessante fare parlare i Capuleti in italiano e i Montecchi in rumeno. L’anteprima fatta a dicembre a Bucarest è stata un grande successo».

Al di là della lingua, come si lavora con attori di culture diverse?

«Bene, perché abbiamo tenuto come riferimenti il teatro e Shakespeare. L’autore ci fa capire che, nonostante le famiglie siano di culture diverse, sono entrambe responsabili della morte dei due ragazzi. Abbiamo giocato con la lingua drammaturgicamente; Romeo si sforza di parlare in italiano con Giulietta mentre lei, cresciuta con una balia rumena, conosce quella lingua ma non lo dice a Romeo».

Come sviluppa la messa in scena?

«Come un rito, trasponendo la sacralità di una chiesa in teatro, al posto della Bibbia il testo di Shakespeare. Il punto di incontro della sacralità delle due culture è il Crocefisso e da quell’idea sono partito. In “Romeo e Giulietta” c’è frate Lorenzo che sta dalla parte dei due ragazzi, e qui, come in una messa, è voce narrante del testo originale in inglese. Più che una scenografia, è evidente l’uso della macchina scenica che ti porta a immaginare la metafora del testo. Io ho realizzato a mano il crocifisso rifacendomi a quello di Cimabue, con gessetti, matite, pennelli. Nasco disegnatore».

Che tipo di interpretazione predilige?

«Amo il teatro fisico; per me il corpo è fondamentale nell’attore; è stato bello scoprire nei professionisti rumeni la capacità di usare corpo e voce insieme. Entra anche la danza, con il coreografo Vito Cassano abbiamo reso concreto il testo nei movimenti. Ci siamo domandati cosa succede ad esempio quando Tebaldo uccide Mercuzio. Lo fa perché dietro c’è una cultura “di antichi rancori” che ti spinge ad ammazzare. Quindi anche se Tebaldo è l’assassino, è tutta la sua costellazione culturale che lo porta all’odio. Il coreografo fa muovere la costellazione famigliare che spinge il protagonista a uccidere. Altrettanto avviene per Romeo e Giulietta».

Lei è partito dall’accademia d’arte, perché poi il teatro?

«Ero bambino dislessico in un’epoca in cui non si sapeva cosa fosse, ma ero affascinato dai radiodrammi. L’unica via per entrare nel mondo dei “normali” era il disegno. Amavo il Rinascimento dove tutte le arti potevano incrociarsi e ho visto nel teatro l’unica forma di arte che ingloba tutte le altre. Mi ci sono avvicinato dalla parte della pittura e architettura, della scenografia; ho fatto una tesi sul “Costume”, poi ho scoperto le luci, quindi la scrittura, la drammaturgia, e a quel punto mi sembrava interessante toccare tutte le forme. Tengo a ricordare il mio maestro di scenografia Paolo Baroni di Rimini (scomparso prematuramente nel 2020); ha collaborato con Societas Raffaello Sanzio, direttore tecnico al festival Santarcangelo; ero a bottega da lui. Sono della vecchia scuola, per me il teatro è artigianato. Penso che questo “Romeo e Giulietta” possa arrivare al cuore di tutti facendo emozionare; questa è la bellezza del teatro».

Con sottotitoli.

Info: 0547 355959

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