Il rischio del nuovo Dpcm applicato al calcio giovanile? Costruire campi di gioco a parte in mondi a parte, creando ragazzi di serie A e serie B. A ieri non c’era ancora traccia di norme attuative della Figc sull’ultimo provvedimento del Governo e il silenzio di un ente che conta 1.4 milioni di tesserati fa rumore.

Il decreto del Governo dal canto suo è scritto a metà tra il burocratese e il linguaggio dei marziani: dai regionali in su si gioca, dai provinciali in giù non si gioca. Ma se una società di calcio iscritta a un campionato provinciale vuole rispettare il suo impegno con le famiglie e si spende a livello economico e organizzativo per rispettare il protocollo, perché nel suo centro sportivo i giocatori devono allenarsi individualmente?

Immaginatevi la scena: una squadra Juniores provinciale si macera in ore di calcio-tennis uno contro uno o in esercizi individuali, mentre nel campo di fianco vede una squadra juniores regionale fare una gioiosa partitella undici contro undici.

Ha senso tutto questo? Una mirabile fotografia della situazione l’ha scattata l’allenatore ravennate Alessandro Zauli in un suo post sui social: “Il Governo ha certificato che i bambini non sono tutti uguali, esistono i bambini che giocano in squadre professionistiche o in campionati regionali che sono quelli di Serie A: nei loro allenamenti e nelle loro partite il virus va in tribuna a vedere e non entra in campo. Poi ci sono gli altri, i più piccoli e “scarsi”, quelli che giocano nei campionati provinciali. Qui invece il virus è molto aggressivo, entra dappertutto e non chiede neanche il permesso”.

Ora, qui non conta più essere appassionati di gol, canestri, schiacciate, mete, corse, salti e lanci. In un’epoca fatta solo di tifosi, sta andando a finire che non siamo più sportivi. Tifiamo per i nostri colori, ma dello sport in sé ci importa poco. Chi ci governa ha colto il messaggio e si adegua.

Siamo davvero tutti ancora d’accordo che un bambino che fa sport sia un bambino in salute? Magari dà più sicurezza mandare i figli a passeggio in luminoso corridoio del centro commerciale, piuttosto che al campo o in palestra. Il tutto mentre tanti ragazzi del 2020, prima o poi diventeranno genitori o nonni e racconteranno: «All’epoca del coronavirus, io giocavo a calcio, ma non in un campionato regionale. E siccome non ero ancora tra i più bravi, mi allenavo di meno».

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