Il Cesena calcio che sognava la Superlega, la storia triste di Mutu

“Pronto, Becali? Ma è vero che Mutu viene a Cesena?”

“Cesssena? Può darsi, può darsi…”

La prima mezza ammissione che Adrian Mutu sarebbe diventato un giocatore bianconero arrivò in un torrido pomeriggio del giugno di undici anni fa. Giovanni Becali, agente di Mutu (e di tutti i migliori calciatori romeni), con tono di voce padronale per la prima volta non smentì. Per le leggi non scritte del calciomercato, era fatta.

Un bagno di folla con i tifosi al Cesena Store (foto Zanotti)

Adrian Mutu era il fiore all’occhiello della presidenza di Igor Campedelli. Era il campione che regalava una nuova dimensione al calcio di provincia, lo Zico 2.0 che sbarcava al Manuzzi promettendo gol e giocate di classe, la Porsche che mandava in garage Fiat Palio. Prendere Mutu non significava solo vendere magliette e stampare la sua faccia su manifesti e locandine: era di più, era molto di più. Fortissimamente voluto dal presidente, che già l’aveva inseguito nel mercato di gennaio, Mutu simboleggiava l’addio alla povertà. Con Mutu, il Cesena diceva addio alla classe operaia, metteva abiti borghesi e si lasciava contagiare da una poderosa ventata di edonismo reaganiano fuori tempo massimo. Sulle colonne di “Repubblica”, la penna finissima di Gianni Mura, che oggi manca come l’aria, si interrogò sulle tentazioni extra-campo e sulla vicinanza di Cesena dalle attrazioni di Rimini.

Adrian Mutu in azione contro il Milan al Manuzzi (foto Zanotti)

In campo, Mutu doveva essere la punta di diamante del Cesena. In panchina, non ci si poteva certo accontentare di un carpentiere: venne infatti scelto un architetto abruzzese con fortissimi influssi catalani. Marco Giampaolo aveva studiato a fondo il tiki taka del Barcellona di Guardiola e, sentendosi Gaudì, provò a impiantare il calcio di posizione in Romagna. Igor Campedelli gongolava.

Coerente con i progetti di barcellonismo, Mutu non poteva essere il 9 di quella squadra: doveva essere il falso 9. Un centravanti che non era centravanti, perché più che fare gol, serviva liberare gli spazi. (Ora provate a immaginare la faccia di Bertarelli, Schachner e del Condor Agostini quando gli spiegano che non servono i gol ma gli spazi. Non ci riuscite? Ecco). Mutu sposò il progetto. All’epoca, il divorzio breve ancora non c’era.

Insomma: si apriva un campionato in cui il Cesena prometteva di fare la voce grossa, con una filosofia di gioco innovativa, con rafforzate ambizioni e con la stella più luminosa che poteva permettersi. Cosa poteva mai andare storto? Quasi tutto.

La parabola di Mutu a Cesena rovinò nella polvere quasi subito: la squadra perdeva, di tiki taka non si vedeva manco l’ombra, Gaudì-Giampaolo venne presto salutato e il romeno, da fiore all’occhiello, divenne una pesantissima zavorra. È sbagliato dire che quel Cesena retrocesse per colpa di Mutu: di certo, a maggiori onori corrispondono maggiori oneri. E Mutu, quell’anno, fece davvero poco per salvare il Cesena. Segnò 8 gol in 28 partite, alcuni bellissimi (specialmente contro il Genoa: palla nel sette al Manuzzi, volée a Marassi), ma onestamente i ricordi annegano nel mare di chiacchiere che circondarono il Cesena di quell’anno. Il Cavalluccio alzò bandiera bianca troppo in fretta, capitato in terre (Alte?) che non facevano per lui.

Il fuoriclasse romeno in azione all’Olimpico contro la Roma

A vederla oggi, era ovvio che non poteva funzionare. Mutu non c’entrava nulla col Cesena e con la storia di una società abituata a sgrezzare diamanti di provincia e a recuperare campioni azzoppati. Le fortune del Cavalluccio sono sempre arrivate con la tuta da saldatore, non con lo smoking: non era colpa di Mutu, è che in quella squadra nessuno aveva fame. Peccato capitale.

Mutu salutò la compagnia in fretta, rinunciando a due mensilità di stipendio (ossigeno per le casse della società, che si sarebbero rivelate poi alquanto vuote) e salpando alla volta della Corsica. Sarebbe poi tornato in Romania, finito addirittura in India, prima di appendere gli scarpini al chiodo e di accomodarsi in panchina. Ora allena l’under 21 della Romania e lo immaginiamo mentre raccomanda ai ventenni romeni di non fare tardi, di avere una corretta alimentazione e, soprattutto, di stare lontano dai vizi.

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