Calcio Serie D Girone F, «L’Ac Cesena non c’è più, la passione è aumentata»

CESENA, 21 APRILE 2019 – Questa domenica di Pasqua coincide con una data strana e particolare per il calcio romagnolo. È il primo compleanno dell’Ac Cesena senza l’Ac Cesena, nata il 21 aprile 1940 e scomparsa il 16 luglio 2018.

Buongiorno Ettore Rognoni: che effetto le fa ricordare la fondazione del Cesena per la prima volta dopo la fine della società fondata da suo padre, il Conte Alberto?
«Provo un po’ di amarezza, anche se ormai, a quasi un anno dal fallimento, le ferite si sono rimarginate. L’identificazione tra il vecchio Cesena e questo è però difficile da fare. Personalmente se penso agli anni passati con Dino Manuzzi, Edmeo Lugaresi, oltre a quelli con mio padre, mi accorgo che sono momenti completamenti diversi, anche a livello di rapporti. In città vedo invece che è cambiato poco, perché il tifo è sorprendente come testimoniano gli oltre 8.000 abbonati e il seguito anche in giro per l’Italia. La passione nata 79 anni fa non è mai scemata anzi è aumentata».

Ha condiviso la scelta estiva di ripartire dalla matricola del Romagna Centro?
«Non so se effettivamente ci fosse stata anche una iniziativa da parte di qualcuno pronto a ripartire con una nuova società dall’Eccellenza. So invece che era importante che Cesena non restasse senza squadra per un anno e l’unico modo per ripartire era questo. Non mi formalizzo sulla finta polemica di coloro che dicono che questo non è il Cesena ma il Martorano».

È quindi giusto che il Cesena Fc conservi il cavalluccio marino che era il simbolo dell’Ac Cesena?
«Io non sono molto affezionato ai simboli e quindi la cosa non mi appassiona più di tanto. A questo proposito, mio padre mi raccontò che un giorno passeggiando per Cesenatico trovò un cavalluccio marino sulla spiaggia, gli piacque e quindi lo scelse come simbolo».
Quali altri ricordi suo padre, il Conte Rognoni, le ha tramandato sulla storia del Cesena?
«La prima cosa che fece fu quella di riportare a Cesena tutti quei cesenati che giocavano fuori, tra cui suo fratello Carlo, che all’epoca era il portiere del Forlì: tra l’altro per il suo acquisto fu necessaria la firma della loro madre, che in pratica si “ricomperò” il figlio. Nella fondazione del Cesena fu coinvolta la famiglia anche dal punto di vista economico nella misura in cui mio padre poté contare sui soldi provenienti dalla eredità della nonna. Molti anni alla guida della società li visse in realtà da Milano, dove era impegnatissimo con il suo lavoro. Da Milano perfezionava le operazioni di mercato grazie ai rapporti privilegiati che aveva con la Juventus o l’Inter e che gli consentivano di fare arrivare a Cesena giocatori di un certo valore. Personalmente, quando ero bambino, lo ricordo partecipare ad accese assemblee dei soci del Cesena che si tenevano al teatro Bonci».

Anche in Serie D lei ha continuato a seguire il Cesena?
«Lo seguo attraverso mio figlio di 10 anni. Come il nonno, si chiama Alberto e questa estate era rimasto choccato dalla scomparsa del Cesena, che per lui significava non avere più una squadra per cui tifare. Ora, anche grazie alla amicizia con alcuni consiglieri del nuovo Cesena, ha trasferito la sua passione su questa squadra. Ed io, dopo avere fatto il figlio del presidente, oggi faccio il papà di un piccolo ultras del Cesena, sebbene per lui significhi scontrarsi con i compagni che tifano Juve, Milan o Inter. E alla prossima contro il Castelfidardo saremo allo stadio».

GIOVANNI GUIDUCCI

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