Il Cesena e il popolo del web che insorge

Il problema ovviamente non è la contestazione finale, che poi non era nemmeno una contestazione (al torneo di tennis di Wimbledon ormai le fanno più dure). Il problema è che sono spuntati i segnali di una stagione pericolosa, il tipo di stagione dove una squadra che pensava di stare molto in alto si ritrova molto in basso. Il 2-0 di Fermo è lo sfregio alla carrozzeria di un inizio di campionato già passato alla storia per la peggiore gestione di sempre del ruolo di portiere. Tra improbabili scelte tecniche e infortuni, il Cesena è riuscito a mettere in difficoltà tre portieri nel giro di quattro partite, record europeo. C’è un allenatore che al sabato racconta partite che poi non succedono alla domenica e giocatori che davanti ai problemi non reagiscono da squadra. Ecco, appunto: la squadra. Se fischi e critiche servono a qualcosa, sabato Cesena-Pontedera ci dirà il livello di compattezza di un collettivo quasi completamente nuovo. L’unica via d’uscita è una reazione come gruppo: nessuna individualità risolleva da sola il Cesena di ieri.

In momenti come questi, la frase tipica che si sente è: “non resta che lavorare duro in allenamento”. Già, gli allenamenti. Sono in gran parte a porte chiuse e francamente è un peccato. Ci sono lavori da completare a bordo campo? Anche se a Villa Silvia fosse tutto a posto, gli allenamenti sarebbero lo stesso a porte chiuse, perchè ormai il calcio va così e quasi nessuno si arrabbia, tranne gli appassionati che avrebbero il tempo di andarci: pensionate e pensionati, padri di famiglia che nel giorno libero vanno ad insegnare i fondamentali al figlio (“i nostri si allenano qui, in famiglia si tifa per loro”) e così via. Sono lontani i tempi in cui scoppiò il pandemonio quando Ficcadenti cambiò programma e fissò senza preavviso l’allenamento a porte chiuse nella prima seduta a Castrocaro, una volta finito il ritiro di Malles. Era la prima uscita in Romagna del Cesena che tornava in A dopo 20 anni, c’era una voglia di calcio che divorava la gente, c’era Nagatomo da scoprire, Giaccherini da ritrovare eccetera eccetera. Invece la gente al posto di un allenamento trovò un cancello chiuso con un cartello con scritto “porte chiuse” e sul momento volarono commenti che non andranno mai in onda su Radio Maria.

Altri tempi. Oggi per le porte chiuse si lamentano al massimo i suddetti pensionati e amen. Però a Cesena il calcio è condivisione, non isolamento. Il senso di appartenenza non si coltiva solo con i video sui social, ma tenendo vivo il legame diretto tra una squadra e la sua gente. Come Hubner o Schelotto si fermavano a parlare con i tifosi a bordo campo, in fondo potrebbero farlo anche Chiarello o Prestia. Ormai gli allenamenti a porte aperte vengono addirittura presentati come evento speciale in regalo ai tifosi (lo ha fatto tre settimane fa l’Unieuro Forlì di basket), per il resto sono lucchetti chiusi, nell’epoca dei social che amplifica e deforma tutto a piacimento. Così se delle porte chiuse si lamentano una trentina di anziani, vabbè, pazienza: cosa saranno mai trenta pensionati. Se invece arrivano trenta post di lamentele su Instagram, allora attenzione: è il popolo del web che insorge.

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