Quando tutto questo prima o poi sarà finito, c’è una società che si candida scrivere un trattato dal tema “calcio e Covid” e si chiama Savignanese. La società in questione ha giocato solo la prima giornata di campionato facendone 4 ad Argenta (0-4). Era domenica 11 ottobre: da lì in poi, ha smesso di parlare di calcio e ha avuto 13 positivi (un membro dello staff e 12 giocatori). Risultato: i rinvii di Savignanese-Russi e Fya-Savignanese.

Però il mondo va a avanti e venerdì, sabato e domenica scorsi, Nicola Campedelli aveva ripreso gli allenamenti con una decina di giocatori, sei della prima squadra e il resto della Juniores. L’obiettivo era farsi trovare pronti in qualche modo per il recupero contro il Russi inizialmente in programma domani pomeriggio, invece niente.

Arrabbiato

Quale è stata la prima reazione quando ha saputo dello stop ai campionati fino al 24 novembre? Nicola Campedelli parla da allenatore, da sportivo e da genitore: «Io sono arrabbiato innanzi tutto per i giovani e per tutto quello che si stanno perdendo. Non mi sembra che chi ci governa abbia l’esatta idea di cosa significhi fare sport per bambini e ragazzi. Lo sport è salute fisica e psicologica, è socialità, relazione, aggregazione, competizione, autostima. È un mondo di valori essenziali per i giovani, ma evidentemente la politica non lo capisce. Il valore educativo del nostro mondo è svilito da mesi dalle parole di chi ci governa».

Il mondo dei dilettanti

La Savignanese ha una prima squadra che punta a stare in alto in classifica, ma è pur sempre una squadra semi-professionistica. Questa pausa, per certi versi può diventare una tutela per i giocatori che lavorano? Campedelli ribatte deciso: «Io ho giocatori che studiano o lavorano, certo, ma voi riuscite a dirmi con certezza dove si ammalano: se al campo di allenamento, al lavoro o sul tram? Noi come società stiamo rispettando con scrupolo tutti i protocolli, eppure abbiamo avuto 13 positivi. La cosa più importante resta il fatto che 9 siano asintomatici e 4 abbiano avuto un leggero stato febbrile per due giorni. Abbiamo rispettato la quarantena ed eravamo pronti a ripartire: per domani contro il Russi ne avevo una decina o poco più, ma ci saremmo arrangiati, avremmo combattuto. Fermarci svilisce il grande impegno della mia società».

Sport e famiglia

Nella affollata popolazione di casa Campedelli, solo uno dei 4 figli sta continuando ad allenarsi nell’Under 16 del Cesena: «È un colpo al cuore non vederli andare a giocare. Ma non parlo solo dei miei figli: penso a tutti i ragazzi e alla luce che hanno negli occhi quando prendono la borsa e vanno all’allenamento. Già ci hanno tolto l’abbraccio in campo ed è un qualcosa di insopportabile, ma fermare lo sport, quello proprio non è ammissibile. Fare sport è un diritto dei nostri giovani e abbiamo sentito per decenni la frase: “un ragazzo che fa sport è un ragazzo in salute”. Ora questa frase non sembra più valida, in un 2020 in cui sul virus abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto».

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