Calcio C, Dino Manuzzi: l’uomo che fece grande il Cesena

È intitolato a Dino Manuzzi il più grande stadio della Romagna, in onore del presidente del Cesena che portò i bianconeri ai vertici della loro storia. Nato il 14 ottobre 1907 a San Martino in Fiume nella campagna cesenate, dopo la quarta elementare lavorò nei campi, poi come barbiere e garzone.


Dalle mele al pallone

Nel 1936 iniziò a comperare frutta dai contadini della zona, per poi rivenderla al mercato ortofrutticolo di Cesena. Durante la guerra diventò fornitore dell’8a Armata per frutta, carne, verdura e legnami. Dopo un periodo in società con un certo Faedi, già titolare di una ditta esportatrice, nel 1946 nacque la ditta “Dino Manuzzi”. Per i risultati conseguiti, nel 1966 sarà insignito dell’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica e premiato al Campidoglio di Roma con il “Mercantile d’oro”, l’oscar riservato ai migliori esportatori del paese. Manuzzi era il presidente del Sindacato esportatori ortofrutticoli di Cesena quando, nei primi anni ’60, il sindaco Antonio Manuzzi (che era anche suo consuocero) lo invitò a rilevare dal conte Alberto Rognoni il Cesena Calcio, travagliato da un cronico deficit di bilancio. Manuzzi non era un appassionato di calcio e dopo un’iniziale reticenza, sottoposto all’opera di convincimento da parte di Renato Piraccini e Renato Lucchi, Manuzzi decise finalmente di acquistare il Cesena. Nel 1963 prese “de facto” in mano le redini della società e l’anno successivo formalizzò il passaggio di proprietà con Rognoni per la cifra di 64 milioni di lire.


Parlamentare mancato

Dalla stagione 1964-’65 Manuzzi assunse ufficialmente la presidenza della società che guiderà con autorità, come un’azienda familiare. Rinnovò il Consiglio Direttivo societario con soci provenienti in gran parte dall’ambito familiare e dal suo stesso mondo imprenditoriale, quello del commercio ortofrutticolo. Nel calcio ricorse a quelle doti che lo avevano portato al successo professionale. Intuito per fiutare un buon affare, come per scegliere un buon allenatore. Furbizia nel trattare il prezzo della frutta, ma anche nel definire l’ingaggio di un calciatore. Piccolo di statura, detto “Manuzzin”, era una persona semplice ma di carattere, capace persino di prendere per il bavero un suo giocatore, nonostante fosse il doppio di lui.  Superata la situazione di difficoltà finanziaria a livello societario, si aprì una nuova fase anche sul piano sportivo. Nel 1968 il Cesena di Manuzzi conquistò la Serie B, nel 1973 arrivò una storica promozione in Serie A e nel 1976 i bianconeri si qualificarono per la Coppa Uefa. All’apice del successo, in quello stesso anno, si candidò alla Camera dei Deputati tra le fila del Partito Repubblicano Italiano, ma le 2.126 preferenze raccolte non furono sufficienti per entrare in Parlamento.


Lugaresi il suo erede

Il tramonto della sua presidenza fu segnato da una banale caduta in casa il 18 agosto 1979. Sottoposto ad un delicato intervento chirurgico alla testa, iniziò un lento e difficile periodo di convalescenza che lo costrinse ad affidare la reggenza della società alla “troika” composta dal figlio Luciano (già vice presidente) e dai consiglieri Quinto Agostini ed Edmeo Lugaresi, suo nipote. Nel maggio 1980 si dimise dalla presidenza dell’A.C. Cesena e in agosto gli successe Lugaresi, che aveva scelto come suo delfino e al quale cedette la società, come in precedenza aveva fatto con i magazzini della frutta. Manuzzi conservò la carica di presidente onorario fino alla morte sopraggiunta il 29 maggio 1982 in ospedale a Bologna. Il successivo 12 settembre il Consiglio Comunale deliberò l’intitolazione dello stadio La Fiorita alla sua memoria.

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui