Andrea Ciofi, cominciamo da una data: domenica 12 gennaio 2020. Cosa le viene in mente?

«Vis Pesaro-Cesena 1-0, la mia prima e ultima partita di questo 2020. Sono passati sette mesi e mezzo e sapere che il nuovo campionato dista solo 30 giorni è una buona notizia».

Cosa le è mancato di più in questo lungo periodo senza partite?

«Il viaggio in pullman prima di arrivare allo stadio, l’adrenalina, la preparazione della partita, il tunnel, il riscaldamento. A gennaio mi sono fermato sul più bello per un banale infortunio, poi il virus ha chiuso la stagione proprio quando ero pronto per tornare».

Qual è stato il momento più difficile che ha vissuto?

«I due mesi chiuso in casa ad allenarmi senza avere nessuna certezza sul futuro. Per fortuna ora siamo tornati quasi alla normalità, anche se il caso di positività riscontrato questa settimana non ci voleva. Dentro lo spogliatoio prendiamo tutte le precauzioni possibili, ma un po’ di ansia naturalmente c’è».

Lo sa che del gruppo che ha cominciato la scalata dalla D due estati fa, con la partenza imminente di Valeri, rimarrà solo lei?

«Fa un certo effetto. E’ un segno di responsabilità, ma anche un onore essere ancora qua. Di sicuro non mi sarei aspettato di vedere Beppe (De Feudis, ndr) dall’altra parte della barricata, in questi due anni da compagno mi ha aiutato tantissimo in campo. Poi, per quanto mi riguarda, vado per il quarto anno a Cesena visto che ero presente anche prima del fallimento con la Primavera. Ormai Cesena è diventata casa mia, ho amici, ho conosciuto tantissime persone. Sto benissimo».

Cosa l’ha conquistata di questa città?

«Il rapporto con le persone. Quando conosci un romagnolo, diventi suo figlio. Quando sono venuto a Cesena per la prima volta avevo 18 anni, non avevo la patente ed ero solo. Nei primi mesi ero un po’ spaventato, anche perché il Cesena stava vivendo il periodo più difficile della sua storia, poi è cominciato lo spettacolo».

Il campionato vinto in D?

«Sì, soprattutto al gruppo, ai sacrifici che abbiamo fatto, al feeling con i tifosi, alle vittorie su campi impossibili. E’ stato un anno indimenticabile, che porterò con me per tutta la carriera, anche perché fino alla stagione precedente a Roma non giocavo mai, poi sono diventato titolare nella difesa di una squadra con quasi 10mila abbonati allo stadio».

L’esperienza dell’anno scorso, invece, cosa le ha lasciato?

«Sono sincero: in campo mi sono divertito ancora di più, perché non avevo mai giocato in quel modo. Dovevo difendere, ma potevo anche attaccare. Le idee di Modesto le ho sentite subito mie e con lui sono cresciuto tantissimo, poi è arrivato l’infortunio sul più bello e lo stop».

Ora sta ricominciando a conoscere Viali.

«Il passaggio dalla difesa a tre alla difesa a quattro non mi spaventa, anche perché non contano i numeri ma l’atteggiamento. E poi io nasco difensore centrale, quindi non c’è problema».

Mercoledì sera ha dedicato una “storia” su Instagram a Emanuele Valeri che assomigliava tanto a un saluto. Quanto le mancherà nello spogliatoio?

«Ho semplicemente scritto che gli voglio bene (sorride, ndr). Lele è la prima persona che ho conosciuto due anni fa, quando sono tornato a Cesena, il primo che mi hanno presentato. Mi dissero: “E’ romano come te, ma tifa Lazio”. Nonostante tutto, non abbiamo mai litigato e il feeling è stato forte fin dal primo giorno. E’ il compagno con cui ho trascorso più tempo e viaggi, un fratello maggiore. Gli auguro il meglio, perché lo merita».

Il Cesena cosa perde?

«Un grandissimo terzino, che ha dato tutto per questa maglia. Io perdo anche un compagno di… auto. Ricordo un ritorno a Roma piuttosto turbolento in macchina, a guardare il derby sul cellulare: per fortuna la partita finì in parità, altrimenti uno dei due non sarebbe arrivato a casa e forse sarebbe sceso prima…».

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