Calcio, Alberto Zaccheroni: “La mia panchina speciale alla Nazionale Non Profit”

«A un certo punto mi sono trovato circondato da tantissimi ragazzini, molti dei quali tifosi del Milan. Pensavo volessero una foto con me, invece erano in fila per farla con le influencer. D’altronde, quando vincevamo lo scudetto nel 1999, probabilmente non erano ancora nati».

Alberto Zaccheroni deve ancora abituarsi, ma è già sulla buona strada. Dalla scorsa primavera è tornato su una panchina, quella della Nazionale Non Profit, convocato da Angelo Fasola, presidente della stessa Nazionale azzurra e Ceo di TrustMeUp, solo che sugli avversari non è molto preparato: «Non chiedetemi i nomi che incontriamo, alcuni sono artisti, altri influencer, ma i nomi no, non me li ricordo proprio».

Non Profit

L’ex selezionatore del Giappone, ma soprattutto il regista della cavalcata scudetto del Milan nell’anno di gloria 1999, dallo scorso mese di aprile è diventato il commissario tecnico di una Nazionale speciale, attore protagonista di una “operazione” di solidarietà per sostenere la realizzazione del progetto WeAut per la creazione, in provincia di Roma, del primo centro terapeutico a carattere ricreativo-scolastico-sportivo in Italia dedicato a bambini autistici: «Ho deciso di non allenare più – racconta Zac – anche se in tanti mi hanno tirato per la giacca consigliandomi di ripensarci. Ma io penso che fosse arrivato il momento di chiudere una lunga parentesi. Così, quando è arrivata questa proposta dalla Nazionale delle associazioni Non profit, ho accettato. Da anni sto dicendo no a tutti, ma dire no anche a loro sarebbe stato impossibile. E così, dopo una bella chiacchierata in videochiamata, è partita questa avventura. Per ora abbiamo giocato una partita, ma entro la fine dell’anno ne avremo altre due: una da definire in autunno e una a dicembre al San Nicola di Bari, mentre a marzo andremo a giocare a Malta».

Ex campioni

Ma cosa significa fare il commissario tecnico della Nazionale Non Profit? Zaccheroni lo ha già sperimentato ad Ascoli, in occasione della prima uscita ufficiale: «Abbiamo giocato mezz’ora contro gli influencer, e qui diventa un problema dire chi fossero i nostri avversari. Poi abbiamo sfidato gli artisti, aiutati in campo da alcuni rinforzi come Costacurta e Galante. Io avevo i miei giocatori: 18 ragazzi del volontariato delle varie associazioni e qualche ex calciatore, tipo Abbiati, Bernacci, Maietta, Rizzato, Jeda, Leonardo Colucci, Catacchini. Ci siamo divertiti tantissimo in campo, ma soprattutto dopo la partita. A cena abbiamo fatto le 3 di notte, penso di non aver fatto così tardi neppure alla festa scudetto del Milan, ma d’altronde il clima era più o meno lo stesso. E’ stata davvero un’esperienza meravigliosa, organizzata perfettamente. Nessuno voleva andare a casa, pur essendo lì a scopo esclusivamente benefico».

Il passato

Ma Zac ha davvero metabolizzato la scelta di non allenare più tra i professionisti? «La panchina mi manca, ma la vita è fatta di fasi. Nella mia vita sono stato molto ma molto fortunato, sono andato ben oltre le mie aspettative, ho vissuto esperienze uniche che non pensavo minimamente di poter fare, in Italia e anche fuori. Ora è giunta la fase di restituire quello che ho ricevuto e questa è una grandissima opportunità». Ripensando a quando allenava e agli anni di gloria con Udinese, Milan o Giappone, le manca qualcosa? Zac ricomincia: «Non mi manca proprio nulla. Ma se tornassi indietro, vorrei riprovare ad allenare dall’inizio tutte le squadre che ho preso in corsa da subentrato. Se ci ripenso, sono riuscito a lavorare dal ritiro solo all’Udinese e al Milan. E sono state anche le due esperienze più belle della mia vita».

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