RIMINI. Alla Mostra del Cinema di Venezia, in corso al Lido in questi giorni in versione Covid-19, Federico Fellini aleggia. La mostra veneziana non poteva del resto non onorare il Centenario della nascita del genio riminese, dopo averne anticipato la ricorrenza già lo scorso anno con l’anteprima del documentario di Eugenio Cappuccio “Fellini fine mai”.
Non mancherà neppure in questa 77ª edizione un documentario che sviscera aspetti ancora inediti della storia “felliniana”: La verità sulla dolce vita di Giuseppe Pedersoli, sulle travagliatissime vicende produttive legate al capolavoro del 1960, sarà presentato in anteprima venerdì 11 settembre al Lido dove invece lunedì scorso, all’Italian Pavillon, si è svolto l’incontro di presentazione del libro “Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico” (edizioni il Mulino) del giornalista e critico cinematografico Oscar Iarussi, che ha dialogato con lo scrittore Nicola Lagioia. A fare gli onori di casa, lo stesso direttore della Mostra del Cinema, Alberto Barbera.
L’alfabeto felliniano
In tanti hanno scritto, stanno scrivendo, su Fellini in occasione del Centenario: testimonianze, raccolte di saggi, “voluminosi” volumi in stile opera omnia… Quello di Oscar Iarussi, poco oltre le 200 pagine, è un racconto in libertà intorno a Fellini, un condensato di passione e competenza. Un alfabeto felliniano, dove c’è la V di vitelloni e la Z di Zampanò, la A di Amarcord e la G di Giulietta, ma anche la H di Hollywood e la J di Jung. La dimestichezza alla sintesi del giornalista, unita alla profondità di lettura del critico cinematografico “felliniano” (già autore di importanti testi sul Maestro riminese), i riferimenti colti e pop, le divagazioni non solo cinefile, la piacevolezza della scrittura: un mix di ingredienti fanno di “Amarcord Fellini” un «contributo imprescindibile» per scoprire Fellini, per usare le parole del direttore della Mostra veneziana.
«Abbiamo cercato le parole per dire di Fellini e di noi rispetto al suo cinema» si legge nella premessa al volume. La scelta, par di capire, non è stata sempre semplice. Alla lettera R, ad esempio, il dilemma: Rimini o Roma? Alla fine Oscar Iarussi ha optato per Rex…
Per quale motivo Iarussi?
«In effetti di dilemmi ne ho avuti parecchi nello scegliere cosa associare alle lettere… I miei conflitti interiori erano così forti, ma devo dire che mi sono stati di grande aiuto Daniela Bonato, direttrice editoriale, e Nicola Pedrazzi, editor del Mulino. Ho scelto di intitolare al Rex il capitolo sulla lettera R perché alla fine mi pareva giusto attribuirla non a un luogo fisico ma ad un qualcosa di fortemente immaginario, come è la scena del Rex in Amarcord».
A Rimini quindi è dedicata la lettera B, con la parola Borgo… Mentre di Roma si parla con la lettera U di Urbe.
«È comunque un libro molto “riminese”, Rimini c’è anche in altri capitoli, come la A di Amarcord, la I di infanzia…».
Un libro che cerca anche di “ripulire” Fellini dagli equivoci intorno alla sua opera. Ad esempio, nel racconto intorno a “La dolce vita” e alla sua scena più celebre: il bagno della Ekberg e Mastroianni nella Fontana di Trevi.
Per dirla in linguaggio corrente, uno dei momenti più “iconici”: cosa non abbiamo visto di quella scena?

«Il fascino straordinario di Anita e di Marcello e la favolosa dimensione di quel bagno, battesimale, sensualissimo, si impongono certamente su tutto il resto. Ma io lo definisco un “bagno fatale”. “La dolce vita” segna l’inizio di un grande equivoco. Nel libro, come ho fatto già in altri testi, ricordo come quel film sia diventato una icona dell’Italian way of life, un marchio turistico. Ma come ho detto anche a Venezia, l’Italia è rimasta a mollo in quella fontana. In realtà invece Fellini prende le distanze da quello che sta mostrando, identificandosi con il garzone che si vede a lato dell’inquadratura e che guarda la scena: è come un elemento di prospettiva della scena, con il quale Fellini si identifica, e che diventa quasi uno straniamento “brechtiano”. È interessante come un film in realtà complesso, difficile, un film d’autore, abbia avuto così tanto successo popolare. Ma questo ha causato l’equivoco, che continua ancora oggi. Quella scena contribuisce a stabilire l’identità italiana che Fellini in realtà visita e rivisita e in qualche maniera decostruisce. Ma noi siamo rimasti prigionieri di quelle immagini lì, diventate un totem della nostra identità nazionale».
A proposito di quella scena, lei nel libro parla anche di una sua recente scoperta, che riguarda anche Rimini e il Santuario della Madonna della Misericordia di Santa Chiara. Di cosa si tratta?
«Un anno fa, passeggiando per Roma con mio figlio è accaduta una specie di epifania dal sapore felliniano. Entrando per la prima volta nella chiesa romana di Santa Maria in Trivio, che sta proprio accanto alla Fontana di Trevi, ho scoperto che vi è custodita una copia dell’icona del Settecento della Madonna della Misericordia dipinta da Giuseppe Soleri Brancaleoni per le clarisse della chiesa di Santa Chiara di Rimini. Possiamo chiamarla una coincidenza in senso junghiano, ma è una suggestione molto potente pensare che a pochi metri da dove è stata girata la scena felliniana più leggendaria vi sia questa immagine che richiama Rimini».
Suggestione o coincidenza che sia, per don Sebastiano, parroco del Santuario, non vi possono essere dubbi sul fatto che «Fellini conoscesse questa chiesa e quell’immagine. La conoscono tutti qua in città. E poi sua madre, sua sorella, erano molto religiose». Ma chissà se Fellini sia mai entrato nella chiesa romana che custodisce la copia gemella della Madonna riminese, che secondo le cronache dell’epoca, l’11 maggio del 1850 avrebbe miracolosamente mosso le pupille.
NEWS
Un altro omaggio dedicato in questi giorni a Fellini è quello dedicato da Photology® Online Gallery, nuova galleria online, che ha realizzato la mostra “Fellini at work” in concomitanza con l’esposizione delle opere fotografiche originali di Tazio Secchiaroli al Palazzo del Cinema di Venezia. La mostra rimarrà di visione esclusiva per i partecipanti al Festival del Cinema ma è visitabile anche online. In esposizione una esclusiva selezione di stampe vintage provenienti dall’archivio personale di Tazio Secchiaroli, il fotografo che ha ispirato il personaggio di Paparazzo ne La dolce vita. Si era fatto notare quando nella Roma degli anni del boom economico aveva inanellato uno dietro l’altro una serie di celebri scoop fotografici che ispirarono Fellini e i suoi sceneggiatori: lo spogliarello al Rugantino, le liti tra Anita Ekberg e Antony Steel, gli eccessi di rabbia dell’ex re Faruk o di Walter Chiari.

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