Dino Buzzati

IMOLA. Sono una ex ragazza degli anni Ottanta, senza Italo Calvino, Jorge Luis Borges, e ok, anche Milan Kundera, probabilmente sarei diversa. Poiché sono tentata di credere al detto, in effetti non so di chi, che la cultura è quello che ti resta dopo aver dimenticato tutto, dovendo scegliere solo dieci libri, per soffrire meno nell’operazione di esclusione, allora ho deciso che parlerò di alcuni autori che, per un motivo o per l’altro, in diverse situazioni della vita, ho continuato a incontrare, a tirare fuori dalla libreria, a cercare e a condividere. Fra questi Italo Calvino ha un posto speciale, amato da adolescente per la sua opera prima “Il sentiero dei nidi di ragno”, che leggevo con trasporto e sogni di ribellione in un’epoca, i miei Ottanta, che ritenevo, ingiustamente, troppo anonima. Con lui ho continuato a crescere, in maniera un po’ disordinata per la verità, fra i romanzi sparsi e i dettami leggeri delle sue “Lezioni americane”, che di recente ho riletto e che suggerirei a me stessa e a chi fa il mio mestiere effimero di cronista per andare oltre le ovvie e usurate 5 W. Perché trovo che in «leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità» si condensi tutto quello che questo lavoro, che certo non è letteratura, richiede oggi.

A Calvino voglio bene anche perché da fidanzata regalai il doppio volume delle sue “Fiabe italiane” a quello che sarebbe diventato il padre dei miei due figli e con quelle fiabe, più o meno una al giorno, insieme o a turno, i nostri due figli li abbiamo stupiti, spaventati e rassicurati, insomma cresciuti. Quando io e lui ci siamo separati, e in questi casi si dividono tristemente anche le librerie di casa, lui quel libro l’ha portato con sé. Allora io l’ho ricomprato, uguale, perché in una qualsiasi casa, e certamente nella mia, quell’assenza avrebbe pesato. Certo nelle pagine nuove manca l’usura di quelle letture preziose, però almeno il libro è lì, pronto a essere “consumato” di nuovo. L’altro autore che mi ha accompagnata per diverse stagioni, e che a dire il vero da troppo tempo ho lasciato nell’angolo, è Dino Buzzati. Anche lì la lettura giovanile e travolgente del “Deserto dei tartari” mi aveva attratta spalancando orizzonti di ansia esistenziale. Poi vennero le sue cronache, già vetuste per me, eppure vivissime… A partire da quelle mirabili al Giro d’Italia, e detto da una che di sport ha incrociato, scientemente, solo qualche pezzo di Gianni Mura o di Emanuela Audisio, che in fondo poi parlavano sempre d’altro, o meglio di più, è cosa strana. Ma lì c’è tutto: l’immagine che si imprime nella memoria del lettore, la maestria assoluta della sintesi, la profondità della comprensione. Succede anche nelle sue cronache terribili del processo Rina Fort, altro secolo, altra cronaca nera; o come nei pezzi raccolti nelle “Cronache terrestri”. Però non è questo il Buzzati che ho letto con i miei ragazzi, con loro ho scoperto “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” che per me resta una delle più belle condivisioni di lettura, ripetuta più e più volte, travolti dalle parole e stupiti dai suoi bellissimi disegni; una favola tagliente, cruda a volte, di quelle che il buonismo non sanno cosa sia, e perciò piacciono ai bambini perché non c’è spazio per edulcorare il male né per fare la morale, ma il messaggio è lampante.

Non so a quanti titoli sono arrivata solo con i cari Italo e Dino, ma torno al principio e torno a Borges di cui propongo “Finzioni” (tradotto da Franco Lucentini), perché vorrei che i miei figli lo leggessero, per farsi un vero viaggio mentale. Come vorrei che leggessero, se già non lo hanno fatto, “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, “L’anno della lepre” di Arto Paasilinna, “A colpi d’ascia” di Thomas Bernhard, “Il ballo” di Irène Némirovsky. Non esiste un filo fra tutti loro? Forse sì, parlano di libertà, soprattutto quella di essere diversi, irriverenti, trasognati, innamorati di chi ci pare, cattivi a volte, di sbagliare anche.

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