Bucci, Sgrosso, Vetrano e Randisi nel doc su Casa Lyda Borrelli

I fantasmi d’attore che si muovono dentro a Casa Lyda Borelli sono speciali; spiriti in carne e ossa che continuano ad abitare fra le pareti della dimora e a ricordare un come eravamo, mescolandosi agli artisti vivi a sancire la continuità immutata dell’attore, fra malinconia e sorrisi. Diventano perciò “Amati fantasmi” resi protagonisti da una docufiction di 56 minuti realizzata nel 2019 del regista bolognese Riccardo Marchesini (da oltre vent’anni collaboratore di Pupi Avati, fra i suoi film anche “Caro Lucio ti scrivo”). Prodotto da Giostra Film, presentato ieri nella biblioteca di Casa Borelli a Bologna, il film arriva in sala solo adesso; l’anteprima è per giovedì 30 settembre alle 21, al cinema Galliera di Bologna; segue, sabato 2 ottobre alle 22.40, la prima visione televisiva su Rai 5 e Rai Play. L’opera è sceneggiata dalla scrittrice Grazia Verasani, già fedele ospite di “Cesenatico noir”.

«Nella nostra docufiction – ha dichiarato ieri il regista – ci siamo immaginati che gli ospiti illustri della Borelli fossero ancora in queste sale, e vagassero bisbigliando lungo i corridoi, salmodiando un sonetto di Shakespeare, giocando con abiti di scena lisi e consumati, ripetendo la parte e chinandosi per gli applausi di un pubblico immaginario».

Il film si muove tra fantasia e realtà, fra testimonianze di artisti viventi (da Pupi Avati a Gabriele Lavia, da Giuliana Lojodice a Milena Vukotic, da Glauco Mauri a Tullio Solenghi) e una storia immaginata con attori protagonisti, oltre alla voce narrante di Giulia Lazzarini. Voce che commenta: «Ne ho visti tanti di attori anziani e senza mezzi in cerca di un’ultima dimora».Fra i protagonisti della fiction ci sono anche Elena Bucci e Marco Sgrosso (Re Riccardi) della compagnia Le Belle Bandiere di Russi.

Che effetto le fa, Elena, interpretare un’anziana attrice che trova casa alla Lyda Borelli dopo una vita spesa in tournée su e giù per l’Italia, oggi che le stagioni delle compagnie sono ridotte all’osso?

«Il teatro necessita di un tempo di permanenza nei luoghi delle città. La stessa Eleonora Duse testimonia che gli spettacoli di un secolo fa, che si fermavano in una città per molti giorni per poi ripartire e replicare di nuovo per settimane, erano in grado di sedimentarsi, di trasformarsi, e il pubblico tornava a rivederli perché erano diversi dalla prima. Credo che questa peculiarità, del teatro di giro che sosta a lungo in ogni città, vada ripresa, magari rivisitata nell’economia, ma necessita di tornare come caratteristica tutta italiana».

Anche lei, come la sua Erminia del film, ha la sensazione di essere una girovaga fino alla “pensione”?

«La dimensione di essere sempre in viaggio quando si lavora è presente in me. Da un lato si ha la sensazione di essere cittadini del mondo, di appartenere a tutti i luoghi, dall’altra a nessun luogo. Io però ho sempre avuto la testardaggine di un ritorno costante in Romagna, non per campanilismo, ma come forma di affezione all’idea romantica e ispiratrice che ogni luogo ha il suo teatro, esprima la sua cultura, ha la sua gente, come avvenuto con la riapertura del nostro teatro di Russi. La nostra Italia è un paese costellato di luoghi di cultura che facciamo fatica a mantenere, ma che è visibile anche nella nostra architettura».

Gli antichi bauli da viaggio dell’attore in tournée, oggi sono più simili a una 24 ore…

«Mi capita di immaginare quei lunghi viaggi più accidentati dei nostri, ai grandi bauli coi cassettini, al fatto che per quegli attori la casa viaggiava insieme a loro. Non solo; la compagnia era molto numerosa e si occupava di tutto. C’erano tanti microruoli, dal trovarobe al portaceste, c’era una forma di accudimento di una macchina perpetua. Era un mondo parallelo che si immergeva per mesi nella vita di una città».

Gli altri romagnoli

Nel cast anche altri due attori romagnoli, gli imolesi Stefano Randisi (Gustavo) ed Enzo Vetrano (Ernesto).

In via Saragozza a Bologna l’unica casa per artisti

In pochi sanno che in via Saragozza a Bologna esiste l’unica casa per artisti e operatori dello spettacolo, voluta dall’impresario teatrale Adolfo Re Riccardi, e da artisti e scrittori che avevano dato vita a una Associazione di previdenza fra gli artisti drammatici. I primi due piani della villa furono inaugurati nell’ottobre 1931; ne furono poi innalzati altri due, oltre a una cappella e dependance. Dopo decenni trascorsi sui palcoscenici, alla Borelli gli attori trovavano per la prima volta una casa stabile. Fra i donatori (da Paola Borboni a Ruggero Ruggeri, da Virginia Reiter a Dina Galli, a Petrolini, Zacconi), la somma più ingente arrivò dal conte Vittorio Cini, marito della famosa diva del muto Lyda Borelli (1887-1959). Alla morte della moglie donò 100 milioni di lire, utilizzati anche per i lavori di costruzione del teatro delle Celebrazioni. CLA.RO.

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