Broomberg e Amro al “Si Fest” con il loro lavoro su Hebron

A Hebron, città della Cisgiordania divisa in due, le videocamere di sorveglianza sono piazzate ogni cento metri. Utilizzando tecnologie all’avanguardia, le forze di difesa israeliane monitorano in tempo reale la popolazione palestinese dell’area di controllo militare denominata H2, che sarebbe già diventata una zona riservata alla sola popolazione ebraica se non fosse per la perseveranza dei palestinesi, che si rifiutano di abbandonare la propria terra. Continuando a vivere nelle loro case, curando i propri ulivi, gli abitanti tengono viva la speranza che un giorno questa terra sarà restituita ai suoi proprietari.

Ha rappresentato un momento tra i più seguiti al Si fest off l’11 settembre scorso, la presentazione del progetto “Counter-Surveillance: H2”, curato da Adam Broomberg, artista e fotografo sudafricano di famiglia ebraica insieme a Issa Amro, con la collaborazione con Lena Holzer.

Broomberg, che vive e lavora a Hebron, ha svolto numerosi progetti artistici aventi ad argomento temi come la guerra e i rifugiati, documentando, come in “Holy Bible”, gli orrori e le sofferenze causate dei conflitti. È docente alla Hochschule für Bildende Künste di Amburgo. Un artista molto titolato a dire la sua sulle immagini e su quello che ci dicono.

“Counter-Surveillance:H2” offre le immagini live delle videocamere che un gruppo di artisti (Artists +Allies x Hebron) ha collocato ad H2. Tutte mostrano gli uliveti della città, in gran parte presenti da più di novecento anni e sottoposti dai coloni ebrei ad attacchi e incendi continui. Quelle videocamere ricreano per converso l’effetto di uno sguardo elettronico incessante.

Broomberg, una tecnologia usata come un’arma è stata da voi impiegata per costruire il senso di una comunità: come?

«Il nostro scopo iniziale era appunto quello, benevolo, di tornare a essere, a sentirsi una comunità. Abbiamo quindi pensato a questo “Counter-Surveillance: H2” come a uno strumento di controsorveglianza tecnologica, combattendo il sopruso operato non con la forza, ma dando impulso alla possibilità che quanto accade a Hebron possa essere visto da molte persone nel mondo grazie all’occhio delle videocamere puntate sugli ulivi millenari, così importanti per l’economia locale. Così che coloro che osservano costituiscono a loro volta una comunità e una rete di sostegno per quanti abitano a Hebron, per cui è difficile alzarsi al mattino, lavorare, uscire, sempre sotto controllo elettronico, umiliati anche nella propria privacy. Il loro è un atto di coraggio e resistenza quotidiana. Ho vissuto durante l’apartheid in Sudadrica, e questo è molto peggio».

Per fornirci ulteriore testimonianza di quanto affermato Broomberg ci ha posto in collegamento diretto con il coautore del progetto, l’attivista palestinese Issa Amro. Fondatore del gruppo di base Youth Against Settlements, Amro sostiene l’uso della resistenza nonviolenta e della disobbedienza civile per combattere l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

«Hebron – dice Amro – è una città che un tempo tutti volevano visitare, anche per la bellezza delle sue produzioni artigianali. Ora, dopo l’attentato compiuto da un fanatico appartenente alla destra radicale israeliana che ha fatto 120 feriti e oltre 30 morti, e la seguente occupazione da parte dell’esercito israeliano, è una città fantasma, con strade e esercizi chiusi. C’è un check-point ogni 200 metri con migliaia di soldati, 1800 mezzi corazzati, 1000 case sgomberate. Anche i nomi della strade sono stati cambiati. Tra i 500 e gli 800 sono i coloni israeliani occupanti, radicali, molto aggressivi. Nessuno venendo da fuori ha l’autorizzazione a entrare in città. A Hebron la vita dei suoi abitanti è stata resa difficile in permanenza».

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