Brachetti al Bonci: “In teatro accadono cose incredibili”

I corsi e ricorsi segnano il teatro Bonci di Cesena. Trentasei stagioni fa (febbraio 1986) un giovane Arturo Brachetti si fece conoscere nel “Varietà” di Maurizio Scaparro, al fianco di Massimo Ranieri e Marisa Merlini. «Quello spettacolo segnò la mia prima tournée italiana», ricorda l’artista. Stasera e domani alle 21, Arturo Brachetti fa ritorno su quello stesso palco con Solo. The legend of quick change; è il suo show antologico che, dopo rinvii e annulli pandemici, può finalmente andare in scena. Nel mezzo il trasformista torinese (1957) ha presentato altri camei al Bonci fino al “Fregoli” del 1996. In questo “Solo”, passato anche al Carisport nel 2017, l’artista condensa 45 anni di ricerca di un mondo magico in grado di «farci vivere meglio» attraverso la fantasia, l’evocazione e una finzione di grande verità.

Finalmente Brachetti, dopo due anni di rimandi, può tornare sul palco del Bonci; quali sorprese ci mostra?

«È un “Solo” a cui tengo tanto; è molto visivo e musicale, dal ritmo serrato. Anche chi è abituato a TikTok può trovare una sorpresa ogni 20 secondi, gag, magia, e 65 trasformazioni di personaggi. Gioco con le ombre cinesi, disegno sulla sabbia, c’è una lotta di luce laser, video mapping, è uno spettacolo rutilante, 90 minuti al ritmo di un Freccia rossa».

Lei come si racconta in questo gran varietà?

«Come un Peter Pan 15enne imprigionato nel corpo di un uomo 65enne. Dove Arturo incontra la sua ombra, interpretata fisicamente dall’attore di colore Kevin Michael Moore. Nasce un contrasto fra me Arturo/Peter Pan che vuole continuare a volare, e la mia ombra razionale che mi riporta sulla terra e mi scrive messaggi su carta, come “invecchiare è obbligatorio, maturare è una scelta”. Alla fine però l’ombra e io facciamo pace, lei mi scrive: “non è poi così grave essere per sempre un po’ bambini, anche la tua ombra è felice di vederti volare”. E la gente si commuove».

Ci sveli come ha costruito questo suo mondo sospeso che sa esprimere in modo unico.

«Nei sei anni passati in seminario venivo deriso dai compagni perché ero piccolo, magro, non sapevo giocare a pallone… così ho cominciato a costruirmi un altro universo, più bello. Quando a 16 anni me ne andai, il prete “mago” dell’istituto mi disse: “Non è importante avere una vocazione religiosa, l’importante è avere una vocazione, perseguila”. Da allora ho fatto di quel suggerimento una missione».

Le sue invenzioni si sono aggiornate negli anni; oggi sono più artigianali o tecnologiche?

«Da giovane ero più proteso alla tecnica; oggi che la realtà virtuale consente di superare ogni ostacolo, punto sull’evocazione perché implica la fantasia dello spettatore; l’immaginazione è più potente di qualsiasi effetto hollywoodiano. Per evocare mi servo dell’artigianalità e dunque anche della manualità che offre veri superpoteri. Per il numero delle quattro stagioni ad esempio, con il mio assistente tagliamo e confezioniamo fiori di carta che sbocciano in un cartoccio. Me lo insegnò un anziano che viveva sui Pirenei e che oggi non c’è più, meno male che mi ha trasmesso il suo sapere».

Ma i giovani vengono ai suoi spettacoli?

«Non sono tanti ma quando vengono li “stendiamo”. È vero che i ragazzi sono abituati a ogni invenzione nei loro piccoli schermi; mancano però dell’attivazione di tutti i sensi partecipi a teatro; vista e suono, ma anche calore, tatto, odore, consapevolezza di essere con altri, e quella energia condivisa che non è solamente un bel discorso di psicologia ma che a teatro esiste davvero».

Lei è stato considerato il nuovo Fregoli, ci sarà un altro Brachetti?

«Nel mondo ci sono grandi spettacoli di varietà; spesso però diventano format con interpreti che non sono coloro che hanno scritto lo spettacolo o che se lo sono cuciti addosso, ma “clonati”, con un’altra vita. Nel mio teatro invece, porto in scena me stesso, così come faceva Edith Piaf quando cantava e commuoveva perché dentro c’era la sua vita. Così come dopo Fregoli sono arrivato io, altrettanto arriverà qualcun altro. Qualcuno, preciso, non che copia me o Fregoli, ma che si inventa uno stile parallelo rubando il software. Quando dal 2000 cominciarono a copiarmi mi rubavano la tecnica, le idee, ossia l’hardware. Non c’è ancora chi mi ha rubato il software, cioè il meccanismo mentale che provoca quelle invenzioni».

Cosa risponde a chi le chiede se la gente ha ancora bisogno di magia e illusione?

«Rispondo che Facebook è il più grande esperimento di illusione mai esistito, dove milioni di persone si inventano una vita che non hanno, la mettono in scena, la propongono al mondo. Usando filtri che tolgono dieci anni o cambiano la carnagione. Proprio come i nostri antenati usavano lo stesso “filtro” per l’amore, la giovinezza, la bellezza… Gran parte della nuova tecnologia serve dunque per reinventare la realtà, perché la realtà immaginata è quella che ci rende più felici. E il teatro è l’esperimento più onesto dove accadono cose incredibili a cui dici: ci voglio credere!».

Info: 0547 355959

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