Book club: “Ho amato anche la terra” di Maura Chiulli

Scrittrice, mangiafuoco, interessata all’arte performativa e alla body art, Maura Chiulli (classe ’81) torna con Ho amato anche la terra (Hacca), romanzo intenso, che affronta la tematica della bulimia, argomento con cui spesso – in un universo dominato social, pregiudizi e forma – siamo chiamati a confrontarci.

Chiulli, come è nato il suo ultimo lavoro, tra le cui pagine si muove Livia, che alterna digiuno (“mi convinco che dimagrire è la cura, la vita”) ad abbuffate e usa il cibo come anestetico al dolore (“il cibo dolce […] è la cura avvelenata, l’antidolorifico che mi addormenta tra le fiamme”)?

«La storia di Livia e di Corpo è complessa e mutevole: è una relazione di dipendenza e di emancipazione, di soggezione e di amicizia. I disturbi alimentari innescano tanti meccanismi dentro e fuori dal corpo: sono convinta che un corpo massacrato attraverso le abbuffate o i digiuni sia un corpo potente, che arriva sempre per primo al cuore delle cose. Il guaio è che, nella galassia sommersa dei nostri sentimenti, a un certo punto, una vocetta intermittente inizia a convincerci che il corpo è l’unica cosa che possiamo provare a domare e – nell’illusione di poter misurare l’anatomia e quindi il mondo fuori e dentro di noi – finiamo per essere schiavi della nostra dimensione corporea. È a questo punto più basso che Livia s’inventa una via d’uscita e fa del suo corpo un consapevole strumento di rivendicazione, di lotta, di protesta. Non è un segreto che io conosca direttamente i disturbi alimentari e le dinamiche di Corpo: sono venuta a Rimini a salvarmi la vita quando ancora ero una ragazza. A Rimini per la prima volta ho amato e ho pubblicato: per me è la città dei desideri e delle possibilità e ne sento profonda nostalgia».

Livia, con un matrimonio alla fine e un lavoro che non ama, è un personaggio che nasce dalla necessità di confrontarsi con le parole non dette e i desideri non espressi e soprattutto con il Corpo (“Siamo solo io e la mia carne”), che pare mutare a seconda delle sue sensazioni. Come si delinea questa centralità?

«Il corpo, all’inizio inconsapevole gabbia, lentamente diviene meraviglioso strumento e protagonista della storia. Corpo parla lingue straniere e Livia, per un lungo periodo, tenta solo di interpretarlo, di tradurre i suoi messaggi (“Lui è vivo e parla l’ennesima lingua sconosciuta”). Il corpo di Livia quand’è disperato chiede solo presenza, un posto luminoso nel mondo, uno spazio degno nel cuore della madre. Ci vorranno però anni perché Livia possa imparare a riconoscerne le domande (“Per la prima volta, io e Corpo parliamo la stessa lingua”). Sono convinta che il corpo sia il luogo dell’esistenza e che, come diceva la fotografa statunitense Francesca Wooodman, il corpo visibile suggerisca quello invisibile di cui siamo fatti. Tra corpo e anima non c’è una distanza insanabile: il primo racconta la seconda e non è vero che la carne finisce e l’anima non muore. Non c’è anima senza corpo e viceversa: ogni corpo è un corpo di anima».

Da dove nasce Livia, personaggio in cui si muovono rinuncia e responsabilità, rassegnazione e inadeguatezza, ma in cui alla fine riemergerà una forza primigenia, capace di portare la donna a un nuovo cammino in cui è ancora possibile desiderare (“C’è sempre una possibilità. […] Io l’ho trovata scritta sul mio corpo, quando ho capito che è tutto pensiero.”)?

«La storia di Livia è rappresentata da una lunga caduta e una velocissima rinascita. Credo che lei si guadagni la più grossa possibilità della sua vita quando smette di voler essere la padrona assoluta del suo corpo e della sua esistenza, quando impara a confondersi con il mondo per venire al mondo, per sentire di farne finalmente parte. La storia di Corpo nasce con me. Certo, il corpo di Livia non è il mio, ma entrambi i nostri corpi parlano le stesse lingue. La mia protagonista nasce piano piano negli ultimi dieci anni e, la prima volta che l’ho immaginata con questo nome, vivevo ancora a Rimini – dove nascono tutte le mie storie migliori – e ricordo l’appunto che presi sul mio taccuino: ecco perché poterne parlare adesso mi emoziona tanto».

Centrale in Livia è il rapporto con la maternità e con la madre, dalla quale è a lungo distante. Quale valore ha questa tematica?

«La maternità ha un ruolo centrale nel romanzo. “Ci vuole una madre per nascere” dice Corpo. Livia pensa di non essere mai stata amata da sua madre e, a sua volta, crea di sé stessa l’immagine di genitrice anaffettiva e glaciale, quindi non si concede neppure il desiderio di maternità, tanto lei – ne è convinta – sarebbe inadeguata anche in quei panni. Ma la storia di Livia e di sua madre è quella di un grande fraintendimento, dei silenzi e della paura, e a un certo punto sarà Corpo a dire alla protagonista di tornare dov’è nata quella storia, per scriverne un’altra più vera, più viva».

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