In epoca di comunicazione di massa, anche il fumetto non è indifferente di fronte a tragedie come quella dell’Olocausto, ma è stato, e è tuttora, una fonte storica di straordinaria potenza comunicativa. Basti citare pubblicazioni come la trasposizione de “Il diario di Anne Frank”, “Maus” di Art Spiegelman, e la satirica situazione dello sterminio di massa che il grande Franco Bonvicini – in arte Bonvi – ha presentato attraverso le sue strisce.

Alla capacità del grande autore modenese (1941-1995) di far non solo sorridere ma, ancor di più, far pensare, la Fumettoteca Callegati di Forlì ha deciso si dedicare la mostra digitale che rende omaggio a Bonvi fino al 31 gennaio.

Il 27 gennaio dalle 15 alle 18, in occasione del Giorno della memoria, è previsto un incontro online affiancato a un video di approfondimento realizzato dall’architetta Sofia Bonvicini, figlia di Bonvi, coordinatrice dal 2014 del progetto Bonvi 2.0, che punta al rilancio delle opere di suo padre.

«Bonvi si può considerare non soltanto un autore internazionale, ma un antesignano dei designer della comunicazione, un pop designer lo definirei – dice Sofia Bonvicini – e le Sturmtruppen sono l’opera rock di quello che è stato una vera rockstar del fumetto, riprendendo la definizione di Bonvi coniata da Vasco Rossi».

Come prese avvio la satira antimilitarista di Bonvi ?

«Quando uscirono le prime strisce nel 1968-69, ambientate tra le schiere militari della Wehrmach, la fine della Seconda guerra mondiale era ancora una memoria fresca. Il suo intento non era soltanto di fare una satira incentrata sul rapporto tra buoni e cattivi, ma soprattutto quello di creare un’articolata struttura narrativa che facesse riflettere sulla condizione generale di oppressi e oppressori. Bonvi era antimilitarista convinto anche se aveva svolto il servizio militare e si era reso conto di questa logica fosse disumana. Nella locandina della mostra si vede un prigioniero ebreo, ma Bonvi non voleva raffigurare che venisse ucciso, bensì prendere in giro l’esecutore delle SS. In una serie di strisce dove ci sono devono prigionieri ebrei Bonvi, autocensurandosi, mise al poste delle stelle di David un altro simbolo perché non voleva essere frainteso. La sua era una creazione complessa ma la sua satira era semplice, la definirei “multistrato”: attraverso una battuta riusciva a farci riflettere. È questa la grandezza di mio padre, un autore dal multiforme ingegno».

In che misura la satira diventa strumento di conoscenza e presa di coscienza?

«Viviamo in un momento in in cui di satira se ne fa poca, e quando si fa non affronta certi argomenti. Nel suo essere anarchico e controcorrente, Bonvi ha saputo prendere responsabilità dal punto di vista etico e morale. Per la nuove generazioni può essere una fonte di cultura e riflessione, su argomenti che sono quotidiani, come il rapporto oppressi-oppressori, e la trincea stessa appare una metafora ancora attuale, tutti trincerati dietro i telefonini o gli schermi del computer, facendosi la guerra a suon di like, sottoposti agli attacchi degli hacker e simili. In un fenomeno come il bullismo si rinviene lo schernimento anche psicologico dei più deboli, come le reclute di Sturmtruppen».

Gli “Incubi” tornanoin libreria

A quasi 40 anni dalla loro ultima pubblicazione, Rizzoli Lizard riporta ora in libreria i racconti brevi di Bonvi curati da Sofia Bonvicini con il titolo “Incubi di provincia”, storie che il fumettista disegnò tra gli anni Sessanta e i Settanta per riviste come “Off-Side” e “Eureka”, in cui scatenava il suo umorismo iconoclasta e molto attuale.
«Di provincia – spiega la curatrice – perché Bonvi si ispirava alle notizie delle cronache e tutto era provincia, anche Modena, Bologna, dove poter raccontare una dimensione anche psicologicamente legata alla solitudine, a gesti di schizofrenia, a sdoppiamenti di personalità. Come in questo periodo di isolamento, costretti a stare distanti gli uni dagli altri, che crea a tanti disagi anche a livello sociale, vere e proprie psicopatologie quotidiane».

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