Bonini: “Con Rossi ho perso il mio primo vero amico alla Juve”

Quando se ne vanno certi giocatori, spunta la dolce malinconia di quando sfogli l’album dei ricordi, mentre fuori è già buio e fa pure freddo.

Chiunque sia nato prima degli anni 80 ricorda perfettamente cosa ha provato e chi era seduto al suo fianco mentre guardava Italia-Brasile 3-2 del 5 luglio 1982, oppure Italia-Germania 3-1 dell’11 luglio 1982.

Era l’estate di Nando Martellini che raccontava e di Paolo Rossi che segnava, mentre in sottofondo l’inqualificabile “Bravi Ragazzi” di Miguel Bosè invadeva juke-box e radio. Però sembrava una canzone quasi bella, tanto stavamo vincendo il Mondiale e poi era comunque meglio di “Der Kommisar” di Falco.

Paolo Rossi era il numero 20 dell’Italia che faceva sempre gol, mentre in quella estate si coltivavano piantagioni di carie sui denti mangiando gelati improbabili come il Piedone, il Blob Toseroni o il Lemonissimo Eldorado.

Da ieri Paolo Rossi non c’è più: l’Italia sportiva ha perso un altro simbolo mentre Massimo Bonini ha perso un amico vero, conosciuto ai tempi della Juve dal lontano 1981. Il sammarinese Bonini era il centrocampista di fatica della Juventus, mentre Rossi era l’addetto al gol di una squadra spaziale, con Platini, Boniek e compagnia. Un legame nato quasi 40 anni fa e che non si era mai spezzato.

Bonini, quale è stata la sua prima reazione?

«Mi alzo la mattina e lo vengo a sapere dallo Juventus Club di San Marino. Faccio un giro su internet e non si parla d’altro di Paolo che non c’è più. Certo che la vita è una bella fregatura».

Proviamo a sintetizzare Paolo Rossi per chi non lo conosceva.

«Una bella persona, piena di simpatia e di gioia di vivere».

Il primo incontro?

«Estate del 1981 alla Juve: io venivo dal Cesena, lui ci tornava dopo l’esperienza al Perugia. Era proprio un altro calcio: quel mercato estivo della Juve si chiuse con due acquisti, Rossi e Bonini. C’è anche da dire che quella squadra era già piuttosto forte…».

Come fu il suo primo impatto con Rossi?

«Paolo è stato il mio primo amico ai tempi della Juventus. Io venivo da una provinciale, ero un po’ spaesato e lui fu il primo ad aiutarmi: eravamo insieme alla presentazione alla stampa all’hotel Ambasciatori, poi le prime passeggiate con lui per Torino. Io non conoscevo nessuno, lui conosceva già tutti: mi portava al campo di allenamento e mi fece entrare nel mondo della Juve. Di Paolo mi rimarrà nel cuore la sua costante voglia di scherzare».

Per esempio?

«Per esempio qui a San Marino, storia di un anno e mezzo fa. Viene a trovarmi perché vorrebbe aprire una scuola calcio da queste parti: si informa, visita qualche struttura. Ci ritroviamo e per l’occasione gli presento un mio amico, l’avvocato Luca Della Balda. Tempo pochi minuti e me la combinano».

In che senso?

«Nel senso che Luca filma Paolo Rossi che simula un’intervista dove dice: “Il mio sogno era giocare a calcio con Luca Della Balda, purtroppo mi sono dovuto accontentare di giocare con Bonini”. Il video lo sto riguardando anche adesso. Questo era Paolo Rossi: gli presentavi una persona e dopo cinque minuti si metteva a scherzare come se la conoscesse da sempre».

Se dovesse raccontare il Rossi centravanti a chi non l’ha mai visto giocare?

«Si è sempre portato dietro un problema al ginocchio che lo costringeva ad allenarsi al 50%, ma aveva un potenziale incredibile. Era una punta intelligente, spaventosa nel dribbling breve. E poi faceva gol: venti-venticinque a stagione in anni in cui il livello era altissimo. Paolo conosceva il gioco e giocare a centrocampo con lui in attacco era facile, perché ti faceva capire dove voleva il pallone. Lui viveva sull’anticipo e sullo sbaglio del difensore, sapeva prima dove andava la palla e segnava. Segnava sempre. Contro tutti».

Com’era sbagliare un passaggio verso Paolo Rossi?

«Te lo faceva pesare. Magari meno di altri, ma si arrabbiava eccome. È tipico di tutti i grandi attaccanti: se sbagliano il gol è perché gliela hai passata male. Poi però finiva tutto in fretta, non si poteva litigare con Paolo, non puoi litigare con le belle persone».

Avete mai parlato della squalifica di Rossi per il calcio-scommesse?

«Ogni tanto in squadra lo prendevamo in giro e glielo ricordavamo, ma tutti gli facevamo capire che eravamo dalla sua parte. Lo ribadisco anche ora: io ho conosciuto Paolo Rossi ed è impossibile che un ragazzo così serio, solare e pulito abbia potuto fare cose del genere. Evidentemente era stato inserito in un gioco più grande di lui e ne ha pagato le conseguenze. Ricordo ancora il giorno del suo rientro in campo dopo la squalifica: la Juve gioca contro l’Udinese e ovviamente Rossi fa subito gol. E poi vi rendete conto di cos’era passeggiare con lui a Torino?»

Provi a spiegarlo.

«Io camminavo per la strada con un vincitore del Pallone d’Oro, con il centravanti che aveva fatto vincere il Mondiale all’Italia. Era come camminare adesso con Cristiano Ronaldo e infatti a tratti non si viveva, non c’era modo di stare in pace».

Lei ha grande esperienza nel settore giovanile. Se oggi un ragazzo con il fisico gracile di Paolo Rossi andasse a giocare a calcio, gli direbbero: “Ma dove vuoi andare con quel fisico?”

«No, ora non più. Una certa epoca è finita e per fortuna si sta tornando a parlare di talento e di ragazzi che per fare i calciatori devono sapere giocare a calcio. Mertens, Insigne, ma anche Verratti o Sensi ce lo stanno dimostrando. Iniesta ha riaperto una strada e un certo modo di intendere il calcio. Per fortuna non conta più solo il fisico, conta la conoscenza del gioco. E quando ripenso a Paolo Rossi, ribadisco che lui il gioco lo conosceva eccome, in campo vedeva le cose prima di tutti».

Insieme a Eraldo Pecci e pochi altri, Paolo Rossi era un opinionista di calcio che amava ridere.

«Era allegro anche in campo, anche se il nostro era un altro calcio, con undici titolari e di fatto una riserva vera per reparto. E se un titolare stava fuori, poi era sicuro che il posto l’avrebbe ritrovato. Adesso è più dura, ci sono rose da 25 giocatori intercambiabili e le tensioni aumentano. Paolo questa allegria l’ha mantenuta sempre: sapeva ridere degli altri e sapeva ridere di se stesso. E poi aveva i tempi giusti».

In che senso?

«Lui aveva i tempi giusti in area per fare gol, ma aveva anche i tempi del comico. Avete presente gli sketch dove se sbagli la battuta poi è un disastro e non fai ridere nessuno? Ecco, io ricorderò sempre Paolo Rossi come il centravanti che faceva sempre gol e come il compagno che mi faceva sempre ridere».

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