Bologna celebra i 100 anni di Pier Paolo Pasolini

Il trombettiere della Battaglia di Eraclio e della vera croce e la Madonna del parto di Piero della Francesca, La deposizione di Rosso Fiorentino. E poi Masaccio. Ma anche Giotto. E Caravaggio naturalmente. Fino a Bacon, passando attraverso un universo di «folgorazioni figurative». Quelle di Pier Paolo Pasolini. Un’attrazione per l’arte che si riversa, in maniera esplicita ma soprattutto implicita, sottopelle, nell’immaginario del cineasta, e dello scrittore, poeta, intellettuale del Novecento la cui voce continua a vibrare forte nel centenario, che si celebra quest’anno, della nascita.

Nasce il 5 marzo del 1922 Pier Paolo Pasolini. A Bologna, da dove però la famiglia inizierà molto presto una serie di spostamenti (Parma, Conegliano, Belluno, Cremona). Il padre è di origini ravennati, l’ufficiale (e fascista) Carlo Alberto, la madre friulana: la maestra Susanna Colussi, verso la quale il figlio nutrirà per l’intera vita «un disperato amore». Bologna sarà in seguito la città del liceo Galvani, e dell’Università. Qui, l’incontro determinante: con la figura di Roberto Longhi, grande critico dell’arte. Il maestro.

La mostra

E allora Bologna parte proprio dagli anni della formazione universitaria di Pasolini, e da Roberto Longhi, con la mostra Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative, a cura di Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi, Gian Luca Farinelli, ospitata (da oggi fino al 16 ottobre) nei nuovi spazi espositivi del Sottopasso di piazza Re Enzo. Con l’obiettivo di ricostruire la genesi dello sguardo di Pasolini, la mostra documenta il formarsi e l’evolversi del suo universo creativo, dagli esordi nel 1961 con Accattone per arrivare fino a Salò e le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo a poche settimane dal suo omicidio avvenuto il 2 novembre 1975. Un racconto per immagini e testi, con riproduzioni di celebri dipinti, prime edizioni, fotografie d’artista, materiale audiovisivo tratto da film e interviste.

Marco Antonio Bazzocchi, professore di Letteratura italiana all’Università di Bologna, nel saggio introduttivo al catalogo della mostra, pubblicato dalle Edizioni Cineteca di Bologna, ricorda la «tecnica critica assolutamente nuova» usata da Longhi nelle sue lezioni, con la proiezione «sullo schermo dell’aula (de)i vetrini che riproducono le immagini di alcuni particolari delle opere d’arte analizzate». «Per Pasolini in quei vetrini si consuma una folgorazione dove prende posto tutto il suo mondo futuro». Così che dai film di Pasolini traspira «la costruzione di una bellezza che saccheggia ampie zone dell’arte italiana o europea per ridare dignità espressiva a ciò che non la avrebbe. I suoi film, complessivamente, disegnano una storia dell’arte in forma di cinema».

Significativa fu, in particolare, la fascinazione per la pittura di Masaccio, come sottolinea Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Pier Paolo Pasolini. «L’amore per l’arte per Pasolini inizia in realtà quando è ancora adolescente» ricorda, ma la frequentazione del corso di Longhi su Masolino e Masaccio rappresenta per lui «una illuminazione, in particolare per la scoperta della pittura di Masaccio». A colpire lo studente Pasolini è «il fatto che al centro della sua pittura ci sia il popolo e una corporalità non idealizzata ma popolare e realistica. Il mondo popolare e contadino era già una dimensione che lo aveva appassionato durante le estati trascorse a Casarza, il paese della madre. E la madre, come sappiamo, fu il primo mito della sua vita, da cui tutto discendeva».

Quanto alla modalità con cui Longhi faceva le lezioni, con le parole e le immagini proiettate, quella fu «una dimensione “cinematografica” che è all’origine della sua concezione del cinema: un cinema frontale che ricorda le pale d’altare, dove non ci sono quasi mai movimenti di macchina intorno ai personaggi, dove i personaggi sono delle apparizioni, con una sorta di aura sacrale».

D’altro canto l’esperienza “primaria” diretta con il cinema, per Pier Paolo Pasolini, era avvenuta proprio in relazione a una immagine disegnata. Ed è lui stesso ad averla raccontata. «Il suo primo ricordo del cinema era legato alla brochure di un film che abbiamo identificato essere Orchidea selvaggia, pellicola del 1929 con Greta Garbo». L’immagine che Pasolini ricorda è quella di una tigre che domina un giovane uomo. «Vi è una dimensione erotica – osserva Chiesi – e ciò che è curioso è che con questo ricordo Pasolini colleghi il cinema al sesso, all’erotismo, alla dimensione pulsionale e onirica. Poi naturalmente vede dei film nella sua infanzia, ma l’unico che cita, e ne parla in una poesia, è La cieca di Sorrento, un film del 1934 di Nunzio Malasomma, con Anna Magnani. Forse l’aveva colpito il fatto che in questo film c’è la morte di una madre».

Pasolini e Fellini

Le folgorazioni figurative di Pasolini “toccarono” anche il cinema di Federico Fellini. Ne La dolce vita il regista riminese inserì infatti nella scena a casa dell’intellettuale Steiner alcuni quadri di Giorgio Morandi, una indicazione che gli fornì Pasolini. Fu uno dei pochi suggerimenti che Fellini prese dall’amico e collaboratore, all’epoca non ancora regista, che aveva già ingaggiato per Le notti di Cabiria ma anche per il trattamento di Viaggio con Anita, rimasto solo sulla carta. «Fellini prese anche una battuta di Pasolini per La dolce vita – aggiunge Chiesi –. Quella in cui Steiner dice a Marcello: “se vuoi ti presento a qualche editore così non scrivi più per quei giornali mezzo fascisti”, una battuta che non è proprio felliniana ma che serve a Fellini per caratterizzare meglio il personaggio di Steiner».

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