A TEATRO

Succede che mentre il pubblico applaude calorosamente la compagnia che venerdì sera ha appena messo in scena “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo al Teatro Alighieri di Ravenna, l’attore protagonista – il bravo Gianfelice Imparato – chieda a un certo punto il silenzio. In platea si pensa a un espediente per un ringraziamento speciale. E invece no.
«Avrete notato qualche piccola imperfezione – ammette con onestà l’attore – E per questo vorrei chiedere perdono a tutti. Ma – aggiunge dopo una pausa da consumato interprete – vorrei anche dire che la mia distrazione è stata dovuta a una signora in prima fila che, per tutto lo spettacolo, ha smanettato con il suo cellulare!».

In platea si pensa a un espediente per un ringraziamento speciale. E invece no. «Avrete notato qualche piccola imperfezione – ammette con onestà l’attore – E per questo vorrei chiedere perdono a tutti. Ma – aggiunge dopo una pausa da consumato interprete – vorrei anche dire che la mia distrazione è stata dovuta a una signora in prima fila che, per tutto lo spettacolo, ha smanettato con il suo cellulare!». Gianfelice Imparato non è un attore qualunque. Ha alle spalle il teatro di De Filippo, ma anche il cinema con Garrone (Gomorra). Il suo non è il tentativo di accampare scuse, ma la sincera denuncia di un malcostume sempre più diffuso.
La platea resta interdetta, mentre la signora dello smartphone, ha già abbandonato preventivamente il teatro. Lasciando tra l’altro in imbarazzo anche gli educatissimi vicini di posto; costretti a subire gli sguardi indignati dell’Alighieri senza aver fatto nulla di male.
Chissà cosa avrebbe detto Eduardo? Inutile azzardare ipotesi al posto di un genio. Ma nei camerini, pochi minuti dopo, si ricordava con un sorriso amaro quanto fece pochi anni fa un loro attore durante uno spettacolo a Catania. «Lasciò rispondere la spettatrice fermando lo spettacolo – racconta uno della compagnia – poi le prese il cellulare e lo gettò amabilmente via. Ah che goduria!».
Ora il punto è un altro: potremmo dilungarci molto sulla mancanza di rispetto (per gli attori e per gli spettatori) e potremmo dilungarci anche sulla mancanza di educazione. O sul fatto che sia inutile chiedere di spegnere un cellulare a teatro, in un mondo dove c’è persino chi si rifiuta di spegnerlo su un aereo in decollo. Potremmo, insomma, dilungarci su tutto questo. Ma forse è meglio prenderla con la filosofia di Eduardo che ci ricorda, proprio in questa opera, che i nostri fantasmi siamo noi stessi. “Siamo noi che li creiamo e noi che ne siamo vittime”. L’ultimo che abbiamo creato – alzi la mano chi può dirsi indenne – è quello del cellulare. Un fantasma che ha mille difetti, ma un solo grande pregio: si può spegnere.

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